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Tempi morti

31 luglio 2018

Non ci sono più le stagioni di una volta. In questo mondo che cambia a ritmi forsennati, l’autunno non è più il periodo caldo delle relazioni industriali, scalzato nell’autotrasporto da una più bollente estate. Perché la bella stagione è il momento in cui ci si prepara alla stesura della legge di Bilancio, in cui si mettono sul tavolo le problematiche, in cui – a maggior ragione se il governo è nuovo – ci si guarda negli occhi e si cerca di capire le esigenze altrui. Se manca questo momento, se la conoscenza è continuamente auspicata da qualcuno e distrattamente disattesa da qualcun altro, c’è il rischio che monti il sospetto.

L’autotrasporto italiano, da sempre affaticato da criticità strutturali, è uscito prima dalla crisi con le ossa rotte e poi ha affrontato una concorrenza internazionale dalle conseguenze deleterie. Perché competere con qualcuno che può spendere esageratamente meno di te, fatalmente produce in una prima fase un dimagrimento sotto forma di riduzione di traffici, fatturati e retribuzioni e, se sopravvivi al decesso (cosa non avvenuta, purtroppo, per più di 26.000 aziende in pochi anni), si innesca una seconda fase definita dagli evoluzionisti ottimistici «selezione della specie».

In un mondo in cui nemmeno le stagioni sono più quelle di una volta, conviene essere ottimistici. O per lo meno sforzarsi di esserlo, credendo che quelle aziende appoggiate su gambe smunte e su una struttura gracile, passata la buriana possano trovare adesso il modo di instradarsi verso una meritata cura ricostituente. Invece, proprio ora rischiano di morire per «perdite di tempo», malattia nociva per tutti, ma addirittura mortale per l’autotrasporto. Due o tre esempi chiariscono il perché.

Un tipo di tempo omicida è l’attesa per una revisione del veicolo, quello che comporta un obbligo di fare giustificato da sacrosante ragioni di sicurezza. Proprio per questo nessuno si lamenta del fatto che ogni anno il settore spende mediamente più di 200 milioni di euro in revisioni (dati Isfort). Qualcuno però pretenderebbe in cambio un servizio efficiente, leggero nelle procedure e rapido nell’esecuzione. Invece, le perdite di tempo prodotte da queste lungaggini determinano per l’intero autotrasporto un mancato fatturato di 787,5 milioni di euro e una riduzione del margine operativo lordo di 262,5. Paradossi: chi paga per assecondare un obbligo pubblico, è danneggiato perché il pubblico spende male quelle risorse.

Un tempo omicida è anche quello richiesto per attraversare il Brennero, principale porta d’uscita – obbligatoria anche questa – del nostro export, confine tra due paesi che sono parte dell’Unione europea e dell’accordo di Schengen, ma che l’Austria vorrebbe contingentare nei transiti. Lasciamo perdere il merito dell’iniziativa e andiamo ai danni: Anita ha calcolato che per un’ora di ritardo l’autotrasporto spende 60 euro. Moltiplicando questa cifra per i camion interessati, nei dati Conftrasporto viene fuori un costo annuo di 170 milioni di euro per il settore. Tutti costi che, spingendo in alto il prezzo dei prodotti, si ribaltano sul sistema produttivo e sul consumatore finale. E quindi a maggior ragione impongono al nostro Paese di inchiodare l’Austria alle proprie responsabilità europee.

Ma un tempo omicida è pure quello – ugualmente obbligatorio – legato al pagamento delle imposte. Qui tutto si riduce a due domande: se un’azienda deve versarle entro fine giugno e ha bisogno di sapere entro questa data a quanto ammontano le deduzioni a cui ha diritto, perché non le vengono comunicate? Forse perché costringendo tutte le migliaia di imprese interessate a pagare in ritardo, lo Stato incassa, in virtù di una mora dello 0,40%, qualcosa di più di 30 milioni di euro? Caro ministro dei Trasporti, la trasparenza è importante perché favorisce la conoscenza.

Ma la conoscenza andrebbe comunque coltivata, anche tramite confronti, per giungere all’efficienza. Perché una trasparenza inefficiente è come un’estate senza sole: rovina le ferie e lascia tutti più nervosi e insoddisfatti.

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