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Non importa che tu sia leone o gazzella...

11 gennaio 2016

Con il lavoro che faccio, ma sopratutto con gli orari che osservo, quando scendo dal camion ho solo voglia di stendermi e di riposare. Mia moglie, invece, mi incita a fare qualche corsetta. Ma, dico io, a che mi serve?

L’attività fisica è oggi un imperativo categorico. Pagine e pagine di letteratura dimostrano e continuano a dimostrare in maniera convincente e definitiva i rischi per la salute della vita sedentaria. Tanto che la comunità scientifica ritiene che la sedentarietà uccida più dell’obesità. Il richiamo al movimento è dappertutto, se ne occupano le agenzie di salute nazionali e internazionali, il medico di base e gli specialisti, i sacri e i profani, i giornali e i mass media. Lo ricorda addirittura la tecnologia: braccialetti elettronici che contano i passi, sensori che partendo da peso e altezza calcolano vasche in piscina o numero di flessioni, App che si collegano ai social network per illustrare quanto e quale sia il nostro livello di allenamento e nel contempo invitano gli amici a tifare per noi e a dirci di non mollare o, infine, un annunciato computer da polso che verrà lanciato ad aprile da un colosso dell’elettronica e che, oltre a misurare pressione, battiti e respiri avrà l’ingrato compito di dire «alzati e cammina!», cioè di segnalare che siamo seduti da troppo tempo e che è ora di muoversi.

Ebbene, senza nulla togliere ai benefici dell’attività fisica, anzi per migliorarne tipologia e caratteristiche, bisogna citare un articolo apparso di recente sul Journal of American College of Cardiology e che qualcuno ha definito «la rivincita dei pigri». In realtà non è proprio così: si tratta solo di evitare gli eccessi. Lo studio, condotto in Danimarca, ha coinvolto circa 5.000 persone tra i 20 e gli 86 anni che sono state invitate a rispondere a un questionario riguardante tipo e frequenza dell’esercizio fisico svolto. Sono state quindi identificate 413 persone sedentarie e 1098 dedite alla corsa. Questi ultimi, in base alle caratteristiche della corsa, sono stati distinti in «light joggers», cioè in coloro che corrono per meno di due ore e mezza alla settimana e con un velocità entro gli 8 Km/h, e in «strenuous joggers», coloro che corrono per più di quattro ore settimanali a velocità superiori agli 11 km/h. Il primo dato a emergere da questa ricerca è una conferma di quanto già noto e più volte ribadito: chi corre, ma con moderazione (light) ha circa l’80% di probabilità di morte in meno rispetto a un sedentario. Il secondo dato è invece una sorpresa: i corridori instancabili (strenous) hanno un rischio di morte analogo a quello dei sedentari, come se lo sforzo fisico prolungato possa nel tempo essere dannoso al pari dell’inamovibile pigrizia. I ricercatori che hanno portato a termine lo studio hanno – per fortuna – fornito la tabella di allenamento più salutare e che prevede di correre a velocità lenta o moderata per una, massimo due ore per non più di tre giorni su sette. Se l’obiettivo è quello di star bene e di migliorare qualità e aspettativa di vita e non quello di preparare le prossime olimpiadi di Rio o di vincere la maratona di New York, questo è l’esercizio fisico migliore.

Buon viaggio!

 

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