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Fumo di Londra

19 aprile 2016

È capitato spesso, soprattutto in questo caldo inverno, che i sindaci delle città blocchino la circolazione dei veicoli. Non le chiedo – viste le sue competenze – se questi provvedimenti possano essere utili. Piuttosto vorrei sapere: ma quanto e in che modo l’inquinamento atmosferico può far male alla salute?

Complice la cappa di alta pressione di uno degli anni più caldi della storia della meteorologia – conseguenza forse di cambiamenti climatici dei quali non abbiamo ancora piena consapevolezza e sufficienti informazioni – più e più volte alla fine del 2015, in molte città italiane è scattata l’emergenza smog con numerosi provvedimenti, anche molto diversi tra loro, per cercare di contrastare uno dei principali problemi del pianeta. Problema ambientale e sociale, ma non solo. L’inquinamento atmosferico è tra i primi dieci fattori di rischio per la salute dell’uomo a livello globale, responsabile, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, di un numero di morti premature che va da 2 a 7 milioni ogni anno. Citando Michele Serra da “la Repubblica” del 28 dicembre scorso «è una moltitudine subdola di particelle che l’assenza di vento aggrega in una specie di aerosol permanente, che solo il vento e la pioggia possono lavare via».

Il termine “smog” ha poco più di un secolo: fu coniato all’inizio del Novecento da un funzionario della società londinese per l’abbattimento del fumo da carbone, fondendo due parole “smoke” (fumo) e “fog” (nebbia). Da allora abbiamo imparato molto sull’importanza di conservare pulita l’aria che respiriamo. Oggi, infatti, sappiamo che l’inquinamento atmosferico è associato a malattie cardio-respiratorie, tumori al polmone, ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie (compresa la polmonite) e per asma, incidenza e riacutizzazione di bronchiti croniche, riniti allergiche, tosse, insufficienza respiratoria.

Eppure molte delle cause sono note. Tra queste vanno inclusi i gas inquinanti prodotti da veicoli a motore, cosa che pone autotrasportatori e conducenti in genere a rischio smog particolarmente elevato. Tra le condizioni che espongono a questo maggior rischio ci sarebbero anche i semafori, come sostiene uno studio di un paio di anni fa pubblicato sulla rivista Atmospheric Environment, dal quale è emerso come il tempo trascorso fermi davanti a un semaforo rosso conti per il 25% delle emissioni respirate nonostante rappresenti solo il 2% del totale del tempo totale trascorso alla guida. A incidere in primo luogo il sistema di emissione delle polveri sottili dei veicoli, quasi sempre a motore acceso, e quindi il comportamento alla guida: il rallentamento e l’accelerazione necessari per rispettare lo stop provocano un volume di smog circa 30 volte maggiore rispetto a quello emesso in situazioni di normale circolazione. Senza dimenticare che molti guidatori fermi al semaforo tendono a porsi a ridosso del veicolo che li precede.

In attesa che le autorità definiscano un nuovo quadro normativo e che “i grandi della terra”, riuniti a metà dicembre a Parigi nella conferenza sul clima, trovino soluzioni globali per migliorare la qualità di questa densa “mal’aria”, i ricercatori suggeriscono alcuni piccoli accorgimenti se non altro per limitare i danni derivanti dai semafori rossi: tenere i finestrini ben chiusi, le ventole spente e provare ad aumentare la distanza dal veicolo che ci sta davanti.

Buon viaggio!

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