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Comuni mortali

5 dicembre 2016

Si va in pensione sempre più tardi. Questo è un dato di fatto. Ma, l’età media delle persone è aumentata? Oppure semplicemente, si inizia a lavorare più tardi e conseguentemente si dovrà terminare la vita lavorativa più tardi?

La durata della vita umana è stata sempre oggetto di grande interesse medico-scientifico e di grandi speculazioni filosofiche, teologiche e anche mitologiche. Negli ultimi cento anni le migliorate condizioni socio-economiche, i progressi delle conoscenze e gli avanzamenti tecnologici hanno portato a chiedersi se l’aspettativa di vita dell’uomo (passata nei paesi occidentali dai 50 anni del 1900 agli 82 di oggi) sia destinata a crescere indefinitamente e a ipotizzare l’esistenza di pillole miracolose, elisir di longevità, strategie cellulari, diete di lunga vita capaci di sconfiggere la morte una volta per tutte. Abbandoniamo ogni speranza: non siamo e non saremo mai immortali. I nostri sogni di eternità sono stati miseramente infranti dai risultati di uno studio americano pubblicato in questi giorni su Nature, la rivista scientifica più prestigiosa e autorevole del mondo. Dall’analisi dei dati di mortalità di 40 paesi, è emerso che il record medio della vita umana sarebbe di 115 anni. In realtà nel 1997 morì Jeanne Calment la donna francese che con i suoi 122 anni aveva raggiunto la durata massima documentata di vita nella storia dell’umanità. Ma questi 122 anni, a detta degli studiosi, sarebbero solo un “valore fuori scala” e comunque un’eccezione praticamente irraggiungibile. Esiste dunque un limite biologico invalicabile. In sintesi il valore medio dell’età alla morte aumenta perché oggi molte più persone arrivano alla vecchiaia, ma il valore massimo non cambia. E allora prepariamoci a invecchiare con successo in quanto anche se possiamo ragionevolmente aspettarci di vivere più a lungo rispetto alle generazioni passate, il peso della malattia e della disabilità legato all’età è cambiato di poco. Alla luce di questo scenario, una certa parte della ricerca medica è oggi rivolta allo studio della possibilità di ridurre il divario tra la durata della vita (lifespan degli autori anglosassoni) e la durata della vita in salute (healthspan) per evitare di ritrovarsi con una qualità di vita scadente per un tempo significativamente lungo. L’idea è quella di prolungare la healthspan in modo da ritardare sempre più l’insorgenza delle malattie associate alla vecchiaia, fino a un tempo prossimo alla morte. Secondo questo paradigma, se si esclude la costituzione genetica che si eredita e che allo stato attuale non è modificabile, molte delle malattie della vecchiaia sono in realtà conseguenze a lungo termine di abitudini di vita non salutari. In attesa di fantascientifiche tecnologie di ingegneria genetica e di improbabili pozioni magiche, centinaia di studi scientifici hanno dimostrato in maniera chiara e inconfutabile che esiste uno stile di vita che aiuta a invecchiare in salute e che molte abitudini sbagliate possono essere modificate quando si è giovani o di mezza età: sovrappeso, dieta, sedentarietà, alcool e fumo. Senza dimenticare di fare prevenzione, di usare correttamente i farmaci e di … guidare con prudenza!

Buon viaggio! 

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