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Morire di distrazione

2 febbraio 2018

È un’esperienza empirica diffusa: praticamente tutti, almeno una volta, hanno incrociato sulla loro via un veicolo che procedeva in modo scomposto – un po’ di qua, un po’ di là – come se alla guida ci fosse un ubriaco e poi appurare che stava chattando su whatsapp. A questa esperienza aggiungiamo un dato statistico, piccolo ma significativo: nei primi 20 giorni del 2018, stando a quanto pubblicato sul nostro sito internet, hanno perso la vita 11 autisti di camion, più di una vittima ogni due giorni. Con questo ritmo si arriverebbe a fine anno con oltre 200 morti.

Cosa hanno in comune queste esperienze? Fondamentalmente un fattore: la distrazione. Analizzando le dinamiche degli incidenti ci si rende conto che spesso il camion è uscito di strada in maniera autonoma, senza avere cioè “relazioni” con altri veicoli. Tutto lascerebbe presupporre quindi che l’autista alla guida abbia avuto una défaillance momentanea, un istante di distrazione che ha cancellato il suo sguardo dalla strada. Certo, in due o tre casi, all’origine dell’incidente c’è più probabilmente un malore, ma in tutti gli altri la distrazione è acclarata.

Guai, però, a pensare che dietro tutti i decessi ci sia sempre un autista che, pochi attimi prima di spirare, consultava uno smartphone. Perché sarebbe riduttivo oltre che semplicistico. In quanto la distrazione è un elemento dalle molteplici sfaccettature, causato da fattori diversi.

Il primo fattore è legato alla tecnologia e ai contributi che fornisce in vario modo al conducente. Perché esistono sistemi elettronici di supporto che si attivano in modo invisibile (controllo elettronico della trazione), sistemi che presentano un’interfaccia con cui dialogare (funzioni di infotainment, dal navigatore e dal bluetooth in su) e sistemi che, una volta attivati, inducono a un rilassamento e quindi predispongono a una distrazione (cruise control). Sarebbe perciò utile che, a prescindere dalle precauzioni scritte sui libretti di istruzione dei veicoli, i costruttori di camion facessero sull’argomento una riflessione profonda, oserei dire etica, per tracciare quel confine oltre il quale un supporto tecnologico di sostegno, si trasforma in un fattore di potenziale distrazione.

Poi c’è il fattore indotto da carenze logistiche: la distrazione è uno stato psicofisico a cui ci si espone in maniera direttamente proporzionale all’aumentare della stanchezza. E finisce per prevalere sulla concentrazione quando, dopo aver atteso un tempo esageratamente lungo per lo scarico del veicolo e dopo aver cercato in tutti i modi di recuperarlo, la tensione sale e l’affanno s’ingrossa.

Poi c’è il fattore costituito dalle distrazioni anagrafiche: l’età degli autisti coinvolti mortalmente in questi incidenti di inizio 2018 è terribilmente alta, superiore ai 50 anni. Conseguenza anche del fatto che nella professione è mancato non soltanto un ricambio generazionale in ingresso, ma anche dei canali previdenziali in uscita, soltanto in parte aperti con la recente APE social. Misura, questa, che ci si augura possa diventare il primo passo per un riconoscimento come lavoro usurante della professione di conducente di veicoli pesanti merci (quella di chi trasporta persone lo è già).

Chiarisco, semmai ce ne fosse bisogno, che concentrarsi su tale emergenza non deve distogliere l’attenzione da altre problematiche. Va benissimo, cioè, monitorare i veicoli pesanti che entrano nelle città ed evitare che il camion sia ancora usato come arma di distruzione di massa. Va benissimo effettuare controlli in remoto sui tachigrafi o alcoltest a ogni angolo di strada. Ma andiamo anche oltre. Non fosse altro perché in questo paese uccide più la distrazione che alcol e terrorismo messi insieme.

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