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I tanti volti della burocrazia

6 novembre 2017

C'è una burocrazia politico-amministrativa, che impaluda il rinnovamento. C'è una burocrazia cavillosa, che funge da argine per chi è incapace ad assumersi responsabilità. C'è una burocrazia lumaca, che allunga le tempistiche per sfiancare chi lavora. Eppure, qualcosa le accomuna tutte...

Vi propongo un gioco: provate a cercare quante volte in questo numero di Uomini e Trasporti compare la parola «burocrazia»? Io ne ho trovate almeno quattro. E la cosa che più mi ha colpito è che ogni volta questo termine assume un significato diverso. La prima citazione burocratica è a proposito dei decreti attuativi delle misure di sostegno promesse dal governo all’autotrasporto ormai da un anno e incagliatesi nei «concerti» ministeriali. Sostantivo, questo, poco musicale, utilizzato quando si pretende, rispetto a una questione, il consenso di più dicasteri. Di modo che l’impegno preso da uno, resti affogato in attesa di quello degli altri. 

E questa è burocrazia strisciante, che corre in sostegno dello Stato quando c’è bisogno di evitare spese. Uno burocrazia che difende lo Stato, ma in fondo lo squalifica, tanto da far perdere valore anche alla parola di un rappresentante del suo governo.

«Burocrazia» ricompare poi rispetto ai trasporti eccezionali per denunciare il fatto che, dopo il crollo del cavalcavia di Lecco, i permessi per lavorare in tale settore sono venuti fuori come funghi dopo un temporale. Il presidente Conftrasporto, Paolo Uggè, da buon provocatore, ha messo sulla bilancia quelli necessari ad attraversare la Lombardia e la lancetta ha raggiunto agevolmente i cinque chili.

E questa è burocrazia difensiva che copre con montagne di carte l’incapacità di qualcuno ad assumersi una responsabilità. Perché l’eventualità che un camion, magari sovraccarico, transitando su un ponte più precario di un operatore di call center, possa mandarlo in frantumi con buona pace di chi ci transita sotto, intimorisce e pietrifica anche il più ardito dei funzionari statali.

Ricompare poi la burocrazia quando si parla della tempistica necessaria per costituire un’azienda di autotrasporto in Italia. E si scopre che, nell’era dell’elettronica, per dare vita a un’impresa servono quasi otto mesi.

E questa è burocrazia di stampo atavico, sopravvivenza di quelle procedure tortuose con cui lo Stato pretendeva di accertare la serietà di qualcuno al fine di concedergli un posto di attore sulla scena economica. Ma oggi, in un’epoca accelerata dai chip e dai byte e in cui gli attori principali sono globali e quindi eludono il perimetro statale, un accertamento di otto mesi diventa senza senso. A maggior ragione se l’Europa pretende che questa operazione si consumi in tre giorni. A maggior ragione se ci sono paesi (come Francia o Germania) che sono vicini a soddisfare tale pretesa. A maggior ragione se si pensa che otto mesi, ormai, sono il tempo di obsolescenza di un prodotto. Il tempo sufficiente a far tramontare uno smartphone e a farne sorgere un altro, cioè, non basta in Italia a creare un’impresa.

Infine, la burocrazia trova un’espressione al quadrato nelle pagine in cui si narra la vicenda di Niinivirta, azienda milanese antesignana nel trasporto sostenibile. Anni fa, quando tutti predicavano rispetto per l’ambiente, Niinivirta decise di passare ai fatti, acquistando diversi veicoli pesanti elettrici. Un attimo dopo finì dritta contro il primo muro burocratico, perché, a dispetto delle prediche ambientaliste, quel tipo di veicoli non erano omologabili. Provò così ad aggirarlo immatricolandoli in Olanda e da lì importandoli in Italia. Ma tale operazione, avvenuta alla vigilia dell’approvazione della legge che concedeva incentivi per l’acquisto di veicoli ecologici, condusse l’azienda contro un secondo muro, perché malgrado i camion elettrici fossero nuovi, non potevano beneficiare di incentivi, in quanto considerati usati dopo l’importazione.

E questa è burocrazia ipocrita. Perché mentre l’interfaccia retorico dello Stato predica in un modo, il suo retrobottega fattuale non si pone nemmeno il problema di come attuarlo nella sostanza. Non si pone il problema di essere coerente. Sintomo inequivocabile che ormai, in questo paese, la burocrazia, da procedura tortuosa, si è evoluta in una mentalità. In un modo di essere e di pensare che non soltanto rifiuta il buon senso, ma ha perso la capacità, di fronte a uno specchio, di percepirsi ridicola.

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