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Picotrans: 5 Magnum gialli per trasportare più lontano il terremoto

1 febbraio 2013
Un magazzino distrutto e un altro malconcio. Eppure, a dispetto del sisma, un'azienda di San Felice sul Panaro è riuscita nel 2012 a far crescere il fatturato. E adesso investe in nuovi veicoli. Fortuna? Forse anche qualcosa di più

San Felice sul Panaro non dista molto dall’epicentro del sisma che lo scorso 20 maggio ha violentato una porzione dell’Emilia. Tant’è che è rimasto mutilato anche dei suoi gioielli di famiglia, come la splendida rocca Estense, la chiesa arcipretale e la torre dell’orologio. È ovvio che vedere quasi completamente distrutte queste architetture, che per secoli avevano vinto la sfida contro il tempo, lascia tanta amarezza. Ma sentimenti analoghi nella cittadina del Modenese l’hanno provato in tanti anche davanti a distruzioni private, che quasi sempre hanno colpito edifici industriali e capannoni. Anche la Picotrans, azienda di autotrasporto con una flotta di 25 veicoli, disponeva di due magazzini: uno destinato a ricoverare alimentari, l’altro a merci pallettizzate in ADR. Il primo (di circa 2.000 mq) è andato completamente distrutto, il secondo (di oltre 4.500 mq) ha subito lesioni importanti.
Poco più di sette mesi dopo Giorgio e Angelo Baraldini, i due fratelli che gestiscono la società in vita dal 1978 – il primo in veste di amministratore, il secondo di responsabile della flotta – hanno deciso di acquistare 5 nuovi veicoli: tutti gialli, tutti Renault Magnum, tutti con lo stesso motore da 520 cv in versione EEV.
Non è una scelta folle, l’attuazione di quell’adagio che vuole che «a casa bruciata tanto vale darle fuoco». È un investimento ponderato e suffragato da dati finanziari: il fatturato 2012, superiore ai cinque milioni di euro, a dispetto del sisma, è risultato superiore a quello degli anni precedenti.
Un piccolo miracolo? Il segno di tanta voglia di ripartire? Oppure l’espressione di scelte azzeccate? Giorgio Baraldini fa spallucce: «Soltanto tanta fortuna». E lì attacca a raccontare di polizze di copertura in caso di terremoto sottoscritte in un pacchetto unitario, insieme alle merci in magazzino, di un assegno a titolo di acconto che l’assicurazione gli ha inviato e con cui hanno potuto rendere agibile il magazzino così da poter continuare a lavorare. Ma poi quando vedi da una parte il «niente» che resta dell’officina, trasferita momentaneamente sotto un telo di plastica per coprire gli attrezzi, e poi dall’altra i pallet distribuiti in magazzino, che recano i loghi di diverse mutinazionali, capisci che la fortuna qui si è mischiata con tanto altro.
Per un verso con la voglia di rimboccarsi le maniche, di trovare soluzioni pronto-cassa, più spedite di quanto pretenderebbe la burocrazia della ricostruzione ufficiale, ma soprattutto in grado di consentire ai Baraldini e ai loro dipendenti di continuare a lavorare.
Per un altro però c’è un concreto spirito imprenditoriale, che traspare dalla scelta di andarsi a posizionare in quelle nicchie di mercato in cui la concorrenza è meno esasperata – come il trasporto di macchinari con più di 3 metri di altezza o di carichi di merci pericolose – o di riuscire a gestire, in particolare, carichi parziali («i completi – sottolinea l’amministratore di Picotrans – sono pochissimi), sfruttando i magazzini come «polmone» di scarico da dove ottimizzare poi i viaggi per la distribuzione finale, ma soprattutto riuscendo a garantire un servizio che – come dice Baraldini – «rimane più attaccato al cliente, perché sa chi prende in gestione la merce, quando viene caricata e scaricata e dove si trova momento per momento». Insomma, quelle garanzie di tracciabilità che uno spedizioniere dai grandi volumi difficilmente riesce a garantire.
Ma il segreto-fortuna principale di Picotrans è di essersi buttata per oltre il 90% dell’attività sui trasporti internazionali, quelli che in questi tempi di magra hanno retto maggiormente l’urto della crisi. Le destinazioni guardano praticamente tutte alla vecchia Europa, dove i veicoli della società di San Felice vanno a consegnare le merci di tante aziende emiliane.
L’approccio concreto dei Baraldini emerge pure nella scelta dei veicoli. Non scelgono tanto in relazione alle caratteristiche tecniche, ma all’impatto che hanno sui bilanci. Un 520 EEV, allora, torna utile per superare i valichi alpini di Austria e Svizzera o per viaggiare dalla prossima estate sulle statali francesi in cui scatta il pedaggio dell’Ecotaxe, tutti pagamenti parametrati con la classe euro del veicolo. Mentre la scelta del Magnum è giustificata dalla sua ampia cabina, all’interno della quale la vita degli autisti che trascorrono fuori di casa l’intera settimana lavorativa diventa più agevole. «Ce n’è uno – racconta sorridendo Angelo Baraldini – che ha sempre sofferto di mal di schiena. E adesso sostiene che viaggiando con un veicolo più elastico come il Magnum gli sia sparito».
Per il resto l’occhio sull’imprenditore guarda ai consumi. Già con un precedente Magnum si viaggiava intorno ai 3 litri per km, con punte di 3,2. Adesso ovviamente si cercherà di fare meglio. Anche se Giorgio da questo punto di vista lavora sulla bilancia: «il gasolio non è una spesa che puoi controllare – spiega – se il prezzo aumenta, i tuoi costi fissi lievitano e la percentuale che assorbe sul bilancio diventa sempre maggiore. Fino a qualche anno incideva per oltre il 30% e così abbiamo capito che spalmando questi costi anche su voci legate ad altri indicatori, come per esempio i magazzini, si riusciva a contenere la spesa del carburante al livello attuale, vale a dire intorno al 22%. E con questo gioco andiamo avanti ancora oggi».
E voi tutto questo come lo chiamereste: fortuna?

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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