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Il TAR Lazio rimette il giudizio sui costi minimi alla Corte di Giustizia UE

17 marzo 2013
Il TAR del Lazio ha deciso. O meglio, ha di fatto lasciato in vita l’art. 83 bis – anche perché non avrebbe potuto fare altro – ma ha sospeso il giudizio in corso per rimettere tutta la materia alla Corte di Giustizia europea (che ha sede in Lussemburgo), valutando che ci siano contrasti tra la normativa sui costi minimi della sicurezza e i principi dell’ordinamento comunitario. Ciò significa essenzialmente una cosa: che l’attesa continua. O per essere precisi, si raddoppia, visto che dopo il rinvio del Tribunale di Lucca alla Corte Costituzionale, adesso bisogna attendere anche quello alla Corte di Giustizia dell’Unione europea.
Ma vediamo, in sintesi, dove sorgono i dubbi del TAR e come giustificano il loro rinvio. I giudici amministrativi sottolineano come anche in Europa, dove vige il principio della libera concorrenza, «si pone in maniera complessa il tema del rapporto tra la concorrenza ed altri valori primari, parimenti meritevoli di tutela... E, fra questi, può sicuramente annoverarsi il bene giuridico della sicurezza pubblica e, in particolare, della sicurezza nel trasporto stradale». E la «salvaguardia della sicurezza stradale è ben presente nel diritto dell’Unione». Però, sostengono al TAR, quando un tale interesse primario entra in contrasto con la concorrenza bisogna giudicare quanto sia bilanciato il tutto. Perché  «il Tribunale dubita che il punto di bilanciamento tra interessi confliggenti raggiunto dall’art. 83 bis del decreto legge n. 112 del 2008 sia rispettoso del diritto dell’Unione». Dubita in particolare che la disciplina introdotta dall’art. 83 bis «sia valutabile come congrua e proporzionata rispetto all’interesse pubblico tutelato della sicurezza stradale».
I motivi addotti per argomentare tali dubbi sono diversi:
a) i costi minimi non sono «l'unica misura attraverso cui apprestare tutela alla sicurezza stradale, apparendo al contrario sicuramente più idonee misure relative agli elementi da cui dipende la sicurezza stessa (limiti di velocità, caratteristiche dei mezzi e obblighi di manutenzione, turni di riposo dei conducenti, organizzazione del lavoro e formazione dei conducenti, introduzione di un sistema di responsabilità e sanzioni, con i relativi controlli);
b) i costi minimi non sono neanche una misura astrattamente idonea a garantire la sicurezza, se non in stretta correlazione con l’adozione di altre misure di sicurezza (non sussistendo altrimenti alcuna garanzia che i maggiori margini di utile connessi alla fissazione di un livello minimo di prezzi siano destinati a coprire i costi delle misure di sicurezza);
c) i costi minimi non hanno carattere eccezionale ma sono applicabili in modo generalizzato, hanno un’efficacia temporale illimitata e soprattutto possono essere anche derogati tramite la possibilità offerta dal comma 4 dell’art. 83 bis, tramite cioè accordi volontari conclusi tra le organizzazioni associative dei vettori e dei committenti.

Il TAR ricorda pure la sentenza della Corte di Giustizia del 1.10.1998, con cui venne stabilita la conformità delle tariffe obbligatorie a forcella con i principi comunitari, sottolineando però che in quel caso le limitazioni al principio di concorrenza venivano giustificate in virtù di un interesse pubblico ritenuto prevalente «e secondo misure e criteri di apprezzamento e ponderazione la cui definizione era rimessa a pubblici poteri e non ad operatori economici di settore».
E qui il riferimento del TAR va al fatto che, «nell’attuale sistema la determinazione dei costi minimi di esercizio sia rimesso, in prima battuta, ad accordi volontari di settore fra le associazioni rappresentative dei committenti e dei vettori e, in mancanza, ad un organismo, come l’Osservatorio in seno alla Consulta, la cui composizione è caratterizzata in larga parte da soggetti eletti dalle associazioni di categoria».

È questo il punto più oscuro dell’ordinanza, perché il TAR sembra riconoscere – sulla scia di quanto sostenuto dalla Corte di Giustizia Europea – che si possa derogare ai principi della libera concorrenza sulla base di un superiore interesse, ma seguendo una procedura – diciamo così – garantita dal fatto di essere affidata a pubblici poteri. Mentre invece l’Osservatorio, composto anche da molti membri di associazioni di categoria, non disponeva di tali caratteristiche. Ma se nel frattempo l’Osservatorio, in virtù della chiusura della Consulta, non esiste più e la determinazione dei costi minimi è passata a un ministero della Repubblica Italiana, la garanzia derivante dalla fissazione dei costi minimi a pubblici poteri non sarebbe ristabilita? Insomma, nell'ordinanza si legge testualmente «il Tribunale dubita che sia compatibile con il diritto dell’Unione… un sistema normativo che, in mancanza di una predeterminazione normativa di criteri diretti a disciplinare sia pure in via generale l’attività, nella sostanza, affida all'accordo tra gli operatori economici privati la determinazione delle tariffe minime o, in subordine, ad un organismo che, per la sua stessa costituzione, non presenta sufficienti condizioni di indipendenza rispetto alle valutazioni e alle scelte degli stessi operatori del settore». Ma tutto questo – ripetiamo – oggi non è più completamente vero.

Fatto sta che il TAR sulla base delle argomentazioni riportate chiama in causa la Corte di Giustizia affinché giudichi:
- se la tutela della libertà di concorrenza sia compatibile con la normativa sui costi minimi di esercizio;
- se possa derogarsi al principio della libera concorrenza per salvaguardare l’interesse pubblico alla sicurezza della circolazione stradale e se i costi minimi possano giustificarsi in tal senso;
- se la determinazione dei costi minimi di esercizio possa essere rimessa ad accordi volontari di categoria e, in subordine, a organismi la cui composizione è caratterizzata da una forte presenza di soggetti rappresentativi degli operatori economici privati di settore, in assenza di criteri predeterminati a livello legislativo.

Questo è quanto. Ma - lo ripetiamo - l'ordinanza del TAR serve essenzialmente a sospendere il giudizio per effettuare quello che tecnicamente si chiama "rinvio pregiudiziale" (previsto dall'art. 267 TFUE) che serve a verificare - prima ancora di entrare nel merito della questione - se esista o meno contrarierà tra una norma italiana e una europea. Ma in ogni caso l'art. 83 bis rimane una legge dello Stato e come tale da applicare. E siccome la risposta della Corte di Giustizia europea potrebbe anche richiedere un paio di anni, questa affermazione rimane vera per almeno questo tempo. Poi si vedrà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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