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Pietrelli (Federtrasporti) replica a Confindustria: «A chi non piace la sicurezza, non piace la civiltà»

17 giugno 2011

 

Ci sono voluti quasi sei anni per attuare la riforma dell’autotrasporto datata 2005, quella che cancellava le inapplicate tariffe a forcella per passare a una liberalizzazione «regolamentata». Che in estrema sintesi, secondo Emilio Pietrelli, presidente di Federtrasporti, significava «fissare dei paletti minimi sul mercato per evitare che tutto degenerasse nel Far West. Il paletto principale, quello che fungeva da architrave di sostegno di tutta la normativa, si chiamava “sicurezza”. Senza sicurezza, infatti, si aprono le porte all’illegalità, alla scarsa considerazione degli altri. In una parola sola, all’inciviltà».

 

Ora, «come è possibile – si chiede Pietrelli replicando al vicepresidente di Confindustria Cesare Trevisani – considerare questo processo una “preoccupante controriforma”?». «Io sono preoccupato – prosegue il presidente di Federtrasporti – quando non ci sono regole, perché a quel punto primeggiano la forza, i muscoli, l’arroganza. Ma quando il patto sociale che tiene insieme tutti i cittadini di uno Stato indica che la sicurezza è una regola – sul lavoro, come sulla strada – significa che il Paese, tutto insieme, vuole fare un passo in avanti. Che di morti bianche o vittime della strada non vuol più saperne».

 

«Questa semplice regola di civiltà – prosegue Pietrelli – non è compromettibile, come pretenderebbe Trevisani, con una trattativa privata, dove cioè si discute sul chi, tra le parti contrattuali, debba addossarsi i costi della sicurezza. Perché è ovvio che a quel punto se li addossa chi subisce maggiormente la forza, i muscoli e l’arroganza».

E al vicepresidente di Confindustria, che accusa l’autotrasporto di aver incassato fiumi di denaro con cui bilanciare questa posizione di debolezza contrattuale, Pietrelli ribatte: «non è questo il punto. E non è nemmeno quello – spesso utilizzato dagli autotrasportatori per ribattere – che quei soldi, poi, venivano rigirati alla committenza sotto forma di sconto. Il punto è che quando l’autotrasporto incasserà veramente i costi minimi di sicurezza non avrà più bisogno di soldi pubblici. Ieri li prendeva, allo stesso modo di come si somministra un analgesico a un uomo che ha rotto una gamba: si lenisce il dolore, ma la frattura rimane. Perché la frattura – e questo Confindustria dovrebbe comprenderlo – è non riuscire a fare impresa, non poter marginalizzare sulla propria attività perché costretti a ingaggiare una corsa al ribasso che, fatalmente, conduce a scavalcare le regole».

 

«Ma lo sa Trevisani – si chiede il numero uno di Federtrasporti – che è la legge a quantificare quante ore può guidare un autista di un camion? Se un mese il trasportatore intende arrotondare, alzare la sua produttività, non può rimanere più tempo in ufficio, come fa un libero professionista o un imprenditore. Ed è giusto, perché sulla strada funziona così: si guida finché è lecito, finché non si oltrepassa quel confine, calibrato sulle capacità umane e segnato apposta per non mettere a repentaglio l’incolumità propria e altrui».

 

«Ma se domani l’autotrasporto potrà coprire i costi minimi di sicurezza – conclude Pietrelli – e poi giocarsi in libertà la trattativa per accrescere la propria redditività, allora potrà rimettersi sulle sue gambe e procedere tranquillamente da solo. E le imprese di produzione avranno da tutto questo un doppio vantaggio:

-          otterranno servizi di trasporto più efficienti, più puntuali, a maggiore valore aggiunto;

-          vedranno liberate delle risorse pubbliche che potranno così tornare all’economia nazionale sotto forma di sostegno alla crescita e allo sviluppo.

E questa è la procedura più lineare per far funzionare un Paese civile».

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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