LOGISTICA

In 8 anni l'Italia ha perso il 12% del traffico container mediterraneo, a vantaggio della sponda Sud

16 novembre 2014

I traffici marittimi containerizzati nel Mediterraneo negli ultimi otto anni sono enormemente aumentati, quasi raddoppiati, e le prospettive per il futuro sono di un costante aumento. Peccato che i porti italiani restano esclusi da questa crescita. E’ questo, in estrema sintesi, il grido d’allarme lanciato dal IV rapporto del centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno del gruppo Intesa San Paolo. Dai dati infatti emerge chiaramente che nel Mediterraneo c’è stata e continuerà ad esserci una vera e propria gara alla conquista di quote di mercato, che la nostra portualità sta clamorosamente perdendo. 

Per rendersene conto è sufficiente sottolineare come la quota di mercato dei porti italiani sui container è scesa dal 28% al 16%. D’altra parte nello stesso lasso di tempo Gioia Tauro è passato dal 20 al 12% di quota, Cagliari dal 4 al 3%, Taranto dal 4 all'1%. Tutta ricchezza che si è trasferita sulla sponda Sud del Mediterraneo, che non a caso sempre dal 2005 al 2013 ha visto lievitare la propria quota dal 18 al 27%. Una performance spinta in particolare da Port Said in Egitto, passato dal 10 al 14%, e da Tanger Med in Marocco, creato proprio in questo lasso di tempo e che, nell’arco di qualche anno è riuscito a drenare un 10% di quota. E nell’Olimpo delle performance va ascritto anche il Pireo in Grecia passato da 9 al 12% grazie in particolare al fatto di essere scelto da Cosco Pacific (che dispone sul porto di una concessione di gestione trentennale) come il centro di distribuzione dei container cinesi per l’Europa. 

Allora la domanda diventa: ma perché le grandi compagnie sono in fuga dell’Italia diretti in questi nuovi scali? La risposta è semplice: costano meno in termini operativi, dispongono di infrastrutture più grandi ed efficienti, godono di semplificazioni amministrative e burocratiche che in Italia non riusciamo a garantire. 

Ma attenzione, perché la partita non è finita. Nel corso del 2013 il tasso di crescita viaggiava ancora a un +8%, anche se ad assorbirlo sono state proprio Tanger Med (+34%), il Pireo (+15,3%) e  Ambarli (+9%), un porto turco in ascesa. Unico dato positivo per l’Italia è il risveglio di Gioia Tauro, dovuto anche a una flessione consistente degli anni precedenti, che nel 2013 ha fatto segnare un eccellente +13%. 

Purtroppo, nulla lascia ben sperare sugli esiti di questa partita nei prossimi anni. Soprattutto perché i porti della sponda Sud, dopo aver toccato con mano l’enorme ricchezza garantita dall’intercettare questi traffici, hanno capito che è necessario investire. E lo stanno facendo in maniera corposa. Due esempi chiariscono i volumi di queste manovre. In Marocco, l'Agenzia nazionale dei Porti, ha stanziato 560 milioni da oggi fino al 2018 per realizzare una serie di grandi progetti infrastrutturali nei porti nazionali. Addirittura la Tunisia grazie a un investimento di 1,3 miliardi sta creando un porto in ”acque profonde" a Enfidha, nel golfo di Hammamet, dotato di 5 chilometri di banchine e perfettamente agibile alle grandi portacontainer. E se vi stupisce un investimento così ingente da parte del paese maghrebino, forse capirete l’operazione sapendo che a gestire il nascente scale sarà il Dubai Port World.

E noi da anni continuiamo a ragionare su una legge di riforma dei porti…

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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