LEGGI E POLITICA

Sistri: una class action di Uomini e Trasporti per riavere i contributi

3 febbraio 2015

Ci saremmo potuti limitare a raccontare che il Sistri ha incassato l’ennesima proroga, che il suo funzionamento non sarà sanzionato fino al 2016, ma che da febbraio – a meno di ripensamenti dell’ultima ora – vanno pagati comunque i contributi per il 2014. Con un paradosso evidente: un sistema che non ha mai funzionato, prima di uscire di scena, prima cioè della gara pubblica (da indire entro il prossimo giugno) per individuare un nuovo gestore, batte ancora cassa, imponendo a un pubblico stanco, annoiato e un po’ innervosito di pagare un biglietto per uno spettacolo già destinato a essere cancellato dal cartellone.

Ci saremmo potuti limitare a raccontare i buchi, gli errori, le lacune (segrete o, meglio, secretate) con cui il Sistri è stato costruito, le contraddizioni sospette con cui è stato gestito, gli appetiti insaziabili che ha stimolato.

Ci saremmo potuti limitare a spiegare la necessità di costruire un sistema di tracciabilità dei rifiuti come uno strumento doppiamente utile per essere certi che la movimentazione dei rifiuti si svolga in modo corretto e impermeabile agli interessi delle ecomafie e renda più semplice, più efficiente, più produttivo il lavoro delle imprese sane.

Ma a distanza di quasi otto anni da quando il Sistri fu concepito, tutto questo ci è sembrato un disco rotto, che suonava una musica ripetitiva e forse un po’ inutile. Ed ecco perché abbiamo pensato come Uomini e Trasporti di fare qualcosa di più: lanciare un’azione collettiva con cui far rientrare nelle tasche delle aziende di autotrasporto i soldi che hanno sacrificato inutilmente sull’altare del Sistri.

Questa azione poggia su un’osservazione evidente. Il Sistri è un patto, un rapporto di scambio tra due soggetti: da una parte c’è lo Stato, che per opera del ministero dell’Ambiente si è impegnato a creare a un sistema in grado di tracciare i rifiuti; dall’altra parte ci sono quelle aziende obbligate dalla legge ad aderire al sistema pagando una tassa, definita con qualche retorica «contributo».

Un patto siglato ufficialmente nel 2010 e rinnovato nel 2011, ma disatteso dallo Stato con il rinvio del funzionamento del sistema, e onorato dalle aziende con il pagamento di 73 milioni di euro il primo anno e di 24 milioni il secondo. Di proroghe, poi, ne arrivarono così tante che qualcuno anche nelle stanze della pubblica amministrazione pensò prima di sospendere il contributo 2012. E questa è già una prova: se lo stesso ministero decise di sospendere il pagamento di un contributo perché il sistema al quale era destinato non funzionava, di fatto anche i contributi versati negli anni precedenti erano da sospendere, visto che anche allora il sistema non dava segni di vita.

Ora, a prescindere da una valutazione giuridica della questione (su cui torneremo i prossimi giorni), tutto ciò appare iniquo perché viola quel principio elementare, posto alla base degli scambi tra gli uomini almeno da quando scoprirono il baratto, secondo cui «se tu dai una cosa a me, io poi do una cosa a te». Perché nel caso del Sistri, almeno fino al marzo 2014 (quando cioè il sistema informatico, privo di sanzioni e in convivenza con quello cartaceo, è entrato in vigore), una parte ha versato milioni, l’altra non ha dato nulla, fatta eccezione per una complicazione estenuante per l’attività delle imprese. E già, perché mentre il sistema inanellava errori (il più clamoroso: tracciare il trattore piuttosto che il semirimorchio in cui viaggiano i rifiuti), organizzava click day dagli esiti catastrofici, subiva inchieste giudiziarie che hanno portato all’arresto di 22 persone, gli obbligati al sistema hanno visto appesantire la propria attività a causa del ritmo schizofrenico con cui proliferavano gli aggiornamenti, dei venti e più minuti di attesa necessari per inserire un richiesta, dei costi di montaggio e di fermo macchina per installare le black box, della drastica riduzione di consegne che un camion riusciva a effettuare quotidianamente.

A questo punto, prima di voltare pagina, prima di creare un nuovo sistema, pretenderemmo che per lo meno sia restituito il maltolto. Che siano 1.000 euro o 50.000 poco importa. L’importante è il principio: chi ha versato soldi nella prospettiva di avere qualcosa in cambio e, invece, non ha ottenuto niente, è giusto che li abbia indietro. Ma in fondo anche chi ha speso soldi inutilmente avrebbe diritto a essere risarcito.

Certo, direte voi: «ma è conveniente fare una causa per farsi restituire qualche migliaia di euro?». Domanda legittima, anche perché una causa costa. Ma in questo caso vorremmo sperimentare, anche nelle aule giudiziarie, quel principio che predichiamo rispetto alla strada, per cui dall’unione delle forze si ottengono benefici. Detto sinteticamente, se a presentare il ricorso siamo tanti si riescono per lo meno a contenere le spese legali, perché lo stesso atto predisposto una volta risulta buono per tutti.

Non sono parole vuote. Se cliccate sul link in basso e verificate quanto costa aderire all’azione, ve ne renderete conto immediatamente. E sempre nello stesso documento troverete anche la spiegazione delle modalità con cui aderire all’azione ed eventualmente i contatti per chiedere delucidazioni. Insomma, se avete fatto parte della categoria degli obbligati al Sistri, se avete versato inutilmente per uno o più anni migliaia di euro di contributi, se avete affrontato dei costi privi di senso (montaggio delle black box, bollette delle schede sim, corsi di formazione, ecc) fatevi avanti. Serve a ottenere giustizia, a recuperare soldi, ma in fondo anche a lanciare a chi governa un segnale preciso: sulla strada non ci sono soltanto sudditi, ma anche cittadini.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

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