LEGGI E POLITICA

Il salario minimo tedesco? Per Bruxelles non rispetta le leggi europee

25 maggio 2015

Il salario minimo applicato dalla Germania anche agli autotrasportatori può limitare la libera circolazione di merci e servizi nell’Ue. A stabilirlo è la Commissione europea, che ha deciso di aprire una procedura d’infrazione contro la Germania accogliendo le proteste di Paesi come la Polonia e l’Ungheria, che ritenevano dannose le conseguenze che tale legge finirebbe per procurare alle aziende di trasporti internazionali che si trovano anche soltanto a transitare per il territorio tedesco.

Tutto è iniziato il 1° gennaio 2015, quando la Germania (22° paese in Europa) ha introdotto un salario minimo a 8,50 euro l’ora. Decisione accolta positivamente dall’esecutivo comunitario, ma non però rispetto al suo impatto sull’autotrasporto. Per la legge tedesca, infatti, tale regola vale anche per le imprese straniere – soprattutto quelle delle aeree di confine – che forniscono servizi sul territorio della Germania senza garantire però ai propri lavoratori lo stesso salario minimo riconosciuto ai cittadini tedeschi. D’altra parte lo stipendio medio di un autista polacco è di circa 400 euro al mese e, facendo un calcolo orario, sarebbe inferiore alla soglia degli 8,50 euro. Di fatto, quindi, andrebbe contro la legge sul salario minimo e quindi sarebbe punibile con una sanzione che va da 30 mila (in caso di mancata notifica alla dogana) a 500 mila euro.

Ma dopo cinque mesi dall’iniziativa tedesca, finalizzata ovviamente a combattere il dumping sociale, la Commissione ha deciso che la normative in questione contrasta con gli interessi dell’Unione e viola i trattati e così ha scritto a Berlino per informarla dell’apertura di una procedura d’infrazione perché «l’applicazione di questa legge al transito e a certe operazioni di trasporto internazionale non è giustificata e crea degli ostacoli amministrativi sproporzionati rispetto al buon funzionamento del mercato interno».
A questo punto il governo di Angela Merkel ha ora due mesi di tempo per rispondere alla Commissione e rimettersi in regola.

In Germania, intanto, le associazioni delle imprese di trasporto e logistica hanno assunto prese di posizioni molto critiche rispetto alla decisione della Commissione, in base all’argomento che il diritto alla libera circolazione di merci e servizi rimane sulla carta se non esiste un’arminizzazione del costo del lavoro nei diversi paesi. Perché chi, come le imprese dell’Est Europa, si permette di pagare gli autisti meno, di fatto determina una concorrenza distorta nei confronti di imprese di paesi occidentali. Una concorrenza che in Germania sentono molto forte se, come dicono I dati, il 40% dei pedaggi riguarda proprio mezzi di imprese estere

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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