FINANZA E MERCATO

Crisi autotrasporto? Per la CGIA č colpa di costi elevati, concorrenza sleale e pagamenti tardivi

20 marzo 2017

La crisi dell’autotrasporto ha dei killer precisi e bene identificati, i cui nomi sono costi d’esercizio, concorrenza sleale dai Paesi dell’Est e tempi di pagamento sempre più dilatati. Lo afferma l’ufficio studi della CGIA di Mestre, in un rapporto in cui spiega come dall’inizio della crisi nel 2009 a oggi si contino quasi 21.000 attività in meno nel settore che hanno lasciato disoccupati almeno 70.000 addetti (dati Infocamere-Movimprese ).

L’autotrasporto è stato il comparto, insieme alle costruzioni, a subire i contraccolpi più negativi della crisi. Da una parte è crollata la domanda e i costi di esercizio hanno toccato nuovi record, dall’altra la concorrenza sleale praticata dai vettori stranieri e i pagamenti sempre più dilatati nel tempo hanno indebolito le aziende.

Nello studio la CGIA ricorda l’importanza del trasporto su strada per l’economia italiana: le 84.500 imprese del settore distribuiscono l’85,4% delle merci che viaggiano in Italia, contro una media dell’UE a 28 di 10 punti inferiore. E a queste 84.500 realtà presenti sul territorio vanno aggiunte almeno altre 40.000 imprese prive di automezzi che svolgono quasi esclusivamente attività di intermediazione, avvalendosi sempre più spesso di vettori stranieri.

«Abbiamo i costi di esercizio più elevati d’Europa – informa il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo – a causa di troppe tasse e di un deficit infrastrutturale che costa all’intero sistema economico oltre 40 miliardi di euro l’anno. Senza contare che il settore è costretto a sostenere delle spese ingiustificate per la copertura assicurativa degli automezzi, per l’acquisto del gasolio e per i pedaggi autostradali». Il tutto si traduce in un dumping molto pericoloso, in particolar modo per le aziende ubicate nelle aree di confine. Quest’ultime subiscono la concorrenza proveniente dai vettori dell’Est Europa, che hanno imposto una guerra dei prezzi che sta spingendo fuori mercato molti padroncini.

«Non è un caso che la regione più colpita – precisa il segretario della CGIA, Renato Mason – sia stata il Friuli Venezia Giulia. Dal 2009 alla fine del 2016 il numero delle imprese attive è diminuito del 27%. Altrettanto preoccupante è stata la contrazione del 25,8% in Piemonte, del 24,8% in Toscana e del 24,7% in Liguria. Anche tra il 2015 e il 2016 l’emorragia non si è fermata e tutte le regioni presentano un segno meno”.

Dice ancora Zabeo che «pur di lavorare, sempre più frequentemente i nostri viaggiano sottocosto con tariffe che mediamente si aggirano attorno a 1,10-1,20 euro al km, mentre i trasportatori dell’Est – spesso in violazione delle norme sui tempi di guida, delle disposizioni sul cabotaggio e con costi fissi molto inferiori - corrono a 80-90 centesimi. È evidente che con questa disparità di prezzo molti autotrasportatori italiani sono stati costretti a gettare la spugna». 

Vediamo ora le conclusioni della CGIA sui “mali” che stanno affossando l’autotrasporto italiano. 

COSTI D’ESERCIZIO? I PIÙ ALTI D’EUROPA - Nel 2013, secondo l’ultima analisi elaborata dal ministero delle Infrastrutture e dei  Trasporti, l’Italia presentava il costo di esercizio per chilometro di un autoarticolato a 5 assi più alto d’Europa, pari a 1,60 euro/km. In Austria era di 1,57 euro, in Germania di 1,55, in Francia di 1,52, in Slovenia di 1,26, in Spagna di 1,22, in Ungheria di 1,08, in Polonia di 1,07 e in Romania addirittura di 0,93 euro.

Tra i costi che incidono maggiormente sul bilancio il prezzo del gasolio (30% circa del fatturato), il più elevato di tutta l’area euro. Se da noi il prezzo alla pompa è attualmente di 1,402 euro/litro, la media nell’area euro si attesta su 1,230 euro/litro: 17,2 centesimi in meno. Anche i pedaggi autostradali hanno subito forti rincari: se tra il 2009 e il 2016 l’inflazione è aumentata del 9%, i pedaggi sono cresciuti del 30,4%. 

CONTROLLI SU STRADA? L’86% È SUI MEZZI ITALIANI - Gli ultimi dati disponibili indicano che l’86,3% dei 330.000 controlli su strada effettuati dalla Polizia stradale nel 2015 ha interessato mezzi italiani, il 12,3% veicoli di nazionalità europea e un altro 1,4% Tir residenti in Paesi extra UE. Se teniamo conto che le principali infrazioni contestate dalla Polizia stradale riguardano il trasporto abusivo, il superamento dei limiti di velocità e il mancato rispetto dei tempi di guida/riposo, in tutti e tre i casi emerge che l’incidenza percentuale di queste violazioni sul totale di quelle comminate per nazionalità è molto elevata tra gli stranieri e nettamente più contenuta tra gli italiani. Ciò vuol dire che tra i non italiani la regolarità e il rispetto delle attività di autotrasporto è nettamente inferiore a quella dei nostri camionisti. In molte regioni del Nord i mezzi in circolazione con targa straniera sfiorano ormai il 50% del totale. 

CALO DELLA DOMANDA E PAGAMENTI CHE NON ARRIVANO MAI - Negli anni della crisi la contrazione della domanda e della produzione industriale ha portato a una forte riduzione delle merci trasportate. Secondo un’elaborazione CGIA su dati Aiscat, tra il 2009 (primo anno nero per i flussi) e il 2015 il traffico di veicoli pesanti nelle autostrade italiane è sceso ancora di oltre 327 milioni di veicoli/Km (-1,8%). A partire dal 2014, però, c’è stata una prima inversione di tendenza che si è consolidata nel 2016, dove nei primi 9 mesi dell’anno si è registrato un aumento del traffico pesante del 4%.

Ma il problema principale è farsi pagare dai committenti entro tempi ragionevolmente brevi. Se le disposizioni europee stabiliscono che nelle transazioni commerciali tra imprese private il pagamento deve avvenire entro 60 giorni dall’emissione della fattura (o fino a 90 giorni se c’è l’accordo tra entrambe le parti), quando va bene i trasportatori italiani vengono pagati a 120/150 giorni. Una situazione che ha messo in seria difficoltà la stragrande maggioranza dei padroncini da sempre sottocapitalizzata e a corto di liquidità. 

I NUMERI DEL SETTORE - Le ultime cifre disponibili sono un po’ datate, visto che risalgono al 2014. Il fatturato del settore era di oltre 43 miliardi di euro, mentre il valore aggiunto di poco più di 11 miliardi di euro. Gli addetti sfioravano quota 300.000: 76.000 circa titolari e/o soci d’azienda, poco più di 221.000 dipendenti. Oltre il 90% delle imprese dell’autotrasporto si concentrava nella classe fino a 9 addetti; la quota saliva al 97% circa per la classe sotto i 20 addetti. Le aziende con meno di 9 addetti davano lavoro al 45% circa dell’occupazione complessiva, quota che sale al 62% per le imprese con meno di 20 addetti. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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