FINANZA E MERCATO

Impiegati in un magazzino a Pavia, ma pagati in valuta rumena il corrispondente di 307 euro

5 aprile 2017

Qualche giorno fa la denuncia del sindacato internazionale ITF poi ripresa da un’inchiesta della BBC per rendere pubblico come, alcuni anelli della fornitura di Ikea erano gestiti da ditte rumene che pagano gli autisti tre euro l’ora. Oggi si replica, ma non siamo più nelle regioni a Est dell’Europa, ma nella ricca e civile Lombardia, dove ci sarebbero una settantina di dipendenti che, malgrado lavorino in Italia, hanno sottoscritto un contratto di diritto rumeno e, quel che è peggio, vengono pagati in valuta rumena, il leu che vale circa 0,21 euro. Alla fine, ciò che percepiscono equivale a 1400 leu, vale a dire 307 euro. Com’è possibile? Diciamo che si tratta di una sorta di gioco delle scatole cinesi e che di fatto serve a reclutare la forza lavoro per lo stabilimento di Ceva Logistics vocato alla logistica del libro e situato in provincia di Pavia, a Stradella. Ebbene a 70 nuovi assunti sarebbero stati presentati contratti del tipo descritto. Ma chi è in concreto che si relaziona con questi lavoratori? E qui la cosa si complica. Perché di fatto sarebbe gestita da un’agenzia interinale di Bucarest, per conto di un altro consorzio di cooperative, che poi a sua volta subappalta il lavoro ad altri tre consorzi, da cui dipendono nove cooperative. Peraltro il consorzio madre, per così dire, chiamato Premium Net, era lo stesso che non più tardi dello scorso autunno aveva firmato con la Cgil il primo accordo quadro con applicare il contratto nazionale del lavoro all’interno dello stabilimento. Contratto da applicare a un centinaio degli oltre trecento lavoratori impiegati nel sito.

Adesso però arriva questa doccia fredda. In realtà il sindacato già nelle scorse settimane aveva invitato il consorzio Premium Net a fare a meno dei servizi dell’agenzia rumena e, ai silenzi ottenuti come risposta, aveva a sua volta replicato con un sciopero organizzato lo scorso venerdì. La questione è ancora fresca, visto che i 70 dipendenti con contratto rumeno hanno appena terminato il loro primo mese di lavoro e di fatto non hanno ancora ricevuto una busta paga. Ma già scorrendo il contratto si capisce che l’escamotage individuato è quello di far risultare il lavoro di queste persone in somministrazione dall’estero, così da risparmiare su tutta la quota contributiva della retribuzione. Oppure, si fa figurare il lavoro in Italia come il frutto di una trasferta di pochi giorni al mese e così si versa effettivamente in euro soltanto questa cifra, mentre tutto il resto, che si riduce a pochi spicci, viene pagato in leu.

Ora è chiaro che essendo così tanti i passaggi di mano da un fornitore all’altro, non si capisce più chi effettivamente sapeva come andassero le cose e chi invece ne era estraneo. Sembra per esempio che Ceva, una volta venuta a conoscenza delle relazioni del consorzio Premium Net con agenzie rumene, avesse fatto richiesta di sospendere tale rapporto. Insomma, c’erano tutti presupposti perché questa storia non avvenisse, ma poi di fatto è avvenuta. E per quanto si sa non è nemmeno isolata, come ricordano anche dal sindacato, e interessa in generale oltre che i dipendenti dei magazzini anche gli autisti.
Una realtà che secondo Paolo Uggè, presidente di Conftrasporto, è nota da almeno tre anni, da quando cioè l’associazione aveva dato l’allarme e aveva proposto come soluzione «lo ‘status del lavoratore mobile’ contro il dumping sociale, con - tra le altre regole da estendere almeno ai Paesi dell’Ue - un salario minimo al di sotto del quale non dovrebbe essere lecito scendere».

«Mentre alcuni Paesi europei, ultimo in ordine di tempo l’Austria, hanno introdotto per legge il salario minimo per i lavoratori, compresi i conducenti stranieri che svolgono operazioni di autotrasporto internazionale nel loro territorio, in Italia – aggiunge Uggè – siamo ancora all’anno zero. La questione è urgente: per un motivo di dignità innanzitutto, ma anche di correttezza del mercato,  bisogna porre fine a insostenibili fenomeni distorsivi della concorrenza, che sono in atto da tempo nel nostro Paese e ai quali non si è dato finora il giusto peso».

Qual è la soluzione? «Dare applicazione al protocollo ‘Road Alliance’ sottoscritto a Parigi dai ministri dei Trasporti di diversi Paesi europei – risponde il presidente di Conftrasporto – e introdurre norme che impediscano l’attuazione di questa vergogna sociale».

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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