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Trattative pre-fermo: Unatras chiede audizione in Parlamento; ma da chi vuol farsi ascoltare?

18 aprile 2017

Diciamolo chiaramente: Unatras non sembra avere una grande voglia di arrivare a un fermo dei servizi di autotrasporto. Perché il fermo, come diceva qualche anno fa un rappresentante storico delle associazioni di categoria, è una sorta di “bomba atomica”, da utilizzare con raziocinio e con moderazione. E nessuno in questo frangente così delicato, in cui la congiuntura economica mostra tinte vagamente più rosee, vuole proporre ad aziende già provate dalla crisi una protesta comunque faticosa.

Ma non ha voglia anche perché il calendario non fornisce particolari motivazioni. I prossimi mesi, infatti, disegnano un vero e proprio slalom tra appuntamenti elettorali, costringendo così a scartare molti giorni e a guardare molto avanti per individuare una possibile data per la protesta. Ma quanto avanti? Arrivare all’estate è sempre sgradito, perché l'esperienza insegna che, fermarsi quando la temperatura è troppo alta, espone al rischio di fare a pezzi quell’immagine già sbrindellata che l’opinione pubblica ha del trasporto merci su gomma.

Insomma, voglia di arrivare al fermo non c’è, anche se poi si sa che nelle trattative può succedere di tutto. Ed ecco perché diventa importante, nel caso in cui veramente la protesta dovesse maturarsi, riuscire a dimostrare di aver fatto tutto il possibile per scongiurarla. Ecco perché nei giorni scorsi il presidente di Unatras, Amedeo Genedani, ha inviato alle Commissioni di Camera e Senato e a tutte le principali forze politiche un invito a essere ascoltati, a fissare un’audizione parlamentare o degli incontri in cui poter spiegare le ragioni del malessere della categoria e in cui poter trovare interlocutori. Interlocutori di oggi, ma molto più verosimilmente interlocutori di domani. Perché mai come in questo momento la politica è liquida e indicare con precisione quale forza politica si troverà a esprimere il prossimo governo è estremamente complicato. Ma qualunque sia, per l'autotrasporto diventerà utile un domani averne già fatto la conoscenza. Insomma, una richiesta di ascolto che dimostra l'impegno di aver fatto il possibile a scongiurare il fermo, ma che consente pure di relazionarsi con una classe politica in evoluzione.

Ma non è tutto. Perché dietro questa iniziativa c’è anche un altro messaggio, inviato al ministero dei Trasporti, per sottolineare come il suo ruolo da interlocutore unico nelle vertenze stia in parte tramontando. Stando alle lamentele degli ultimi tempi, infatti, il problema delle associazioni di categoria è diventato anche questo: trattare con un ministero, individuare insieme una soluzione e poi scoprire che l’ultima parola per attuarla spetta ad altri dicasteri. Soltanto che, riuscire a raccogliere questa parola, spesso significa imboccare un buio cunicolo di burocrazia che fa perdere tempo e credibilità agli occhi delle aziende. Perché tu puoi anche giustificarti con il dire che la decontribuzione per gli autisti impegnati nell'internazionale è stata bloccata per colpa del ministero del Lavoro o dell'Inps, ma poi all'atto pratico la "faccia" ce l'hai messa tu. Perché tu hai fatto promesse senza riuscire a farle mantenere. Ecco perché interloquire con altri, portare le istanze dell’autotrasporto fuori dalle solite stanze, forse può servire a ossigenare vertenze asfittiche e – perché no – il ruolo stesso della rappresentanza di categoria.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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