FINANZA E MERCATO

Forum sul trasporto a Cernobbio: Il traffico merci cresce, ma non per le imprese italiane

9 ottobre 2017

Il traffico merci in Italia cresce – passando dai 437 mld t-km del 2015 ai 448 previsti nel 2018 – ma ne stanno approfittando sempre più le aziende di trasporto estere. «Siamo passati da una percentuale dell'8% di operatori italiani sui traffici internazionali a una del 2% e abbiamo assistito nel trasporto su gomma a una perdita dei traffici del 69,2%, mentre i trasportatori dell’Est Europa hanno aumentato la loro quota del 198,5%» ha detto Paolo Uggè, presidente di Conftrasporto nel suo intervento al 3° Forum Internazionale di Conftrasporto-Confcommercio che si sta tenendo in questi giorni a Cernobbio.

Tra i motivi più significativi che stanno dietro a questi numeri emergono deficit infrastrutturali, eccesso di burocrazia e di pressione fiscale, fattori che penalizzano e rendono meno competitive le nostre imprese.

Dal Rapporto dell’Ufficio Studi di Confcommercio realizzato in collaborazione con Isfort su “Analisi e previsioni per il trasporto merci in Italia” emerge un sistema dei trasporti nel nostro Paese complessivamente sano, aperto, in cui agiscono operatori nazionali ed esteri, favoriti dai sistemi legislativo-burocratici più snelli e dai costi fiscali e del lavoro inferiori, in vigore nei loro Paesi. Come conseguenza si assiste a una colonizzazione dei luoghi in cui transitano le merci e alla tendenza di molte imprese italiane a delocalizzare laddove il costo del lavoro è più basso e la burocrazia più rapida ed efficiente.

Con quali ricadute? Secondo il Rapporto, che ha lavorato su un panorama di oltre 87mila aziende di autotrasporto e 195 di navigazione (traghetti e mezzi veloci), le imprese italiane impiegano, rispetto alla media estera, il 52% in più di giornate per gli adempimenti burocratici. Nella rilevazione Confcommercio/Isfort sono riportati i dati dei costi diretti effettivi sostenuti dalle imprese e quelli indiretti legati alle inefficienze amministrative: nella differenza tra tempo congruo – con un’amministrazione efficiente – e tempo effettivo – sperimentato sul campo dalle imprese – i ritardi cumulati per le società di navigazione generano un danno di 140 milioni di euro all’anno, mentre per quelle si autotrasporto il danno in termini di mancato fatturato è di 790 milioni di euro e supera i 260 milioni in mancato guadagno. Il sottodimensionamento delle Motorizzazioni e l’allungamento dei tempi necessari alla verifica dei veicoli introdotta in via amministrativa ha generato poi anche un aggravio di costi di circa 50 euro a pratica (con procedure spesso affidate a terzi), che aggiungerebbe ulteriori 25 milioni di euro ai costi registrati oggi per il complesso del comparto.

«Le imprese italiane di navigazione e di autotrasporto perdono complessivamente oltre un miliardo di euro all’anno in termini di guadagni e di fatturato» ha sostenuto Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio che ha anche dettato le priorità: «un contrasto più forte alla concorrenza sleale e al dumping sociale nell’autotrasporto; l’applicazione del principio “chi meno inquina meno paga” per un trasporto più sostenibile; l’incentivazione dell’intermodalità; la piena attuazione della strategia d’intervento “Connettere l’Italia” prevista per il settore e del Piano nazionale strategico della portualità e della logistica».

Priorità da affrontare con solerzia per non perdere le opportunità che si prospettano con la nuova Via della Seta che coinvolgerà 3 continenti, 65 Paesi con due diverse direttrici e 5 rotte con lo scopo di migliorare i collegamenti tra Asia, Africa ed Europa.

Se ancora non è possibile individuare chiaramente il punto di arrivo della tratta marittima, appare però evidente che l’approdo più naturale sia l’Italia, posizionata sopra il Canale di Suez, varco di accesso delle navi cariche di prodotti cinesi al Mar Mediterraneo. La prima fermata sarà certamente il porto greco del Pireo ma è italiana la naturale piattaforma logistica di collegamento delle rotte marittime di Asia, canale di Suez e Mediterraneo con l’Europa continentale e il suo nucleo produttivo. La preoccupazione di Uggè è che la Via della Seta rischi di trasformarsi in un’occasione mancata «Se nei porti – ha commentato – continuiamo a mantenere una condizione nella quale per realizzare opere, come gli scavi necessari per accogliere le grandi navi, lasciamo passare 19-20 anni è evidente che le opportunità, come ad esempio quelle che con l'apertura del canale di Suez si sono aperte significativamente, saranno intercettate da altri porti che competono con l'Italia. Uno tra questi, il Pireo.».

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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