UFFICIO TRAFFICO

EDITORIALE - La mobilitÓ: un diritto senza fiocchi

5 marzo 2018

Buran è passato, lasciando dietro sé non pochi strascichi. Terminata l'emergenza, si apre un momento di riflessione, magari per farsi trovare meno impreparati alla prossima occasione. Questo è l'argomento dell'Editoriale del numero di marzo di Uomini e Trasporti che vi proponiamo anche sul sito. Buona lettura!

Lunedì 26 febbraio: va in scena il grande freddo. Attesa da giorni, arriva una perturbazione gelida che colpisce l’Italia, ma copre di neve soltanto parte del Sud. A Nord il cielo, quasi per dispetto, è azzurro come non mai. Ma sono dettagli. Non conta se ha fatto freddo o meno, non conta se ha nevicato o meno: ciò che ci interessa è che l’Italia si è fermata. 

Si sono fermati i camion. Ma questo non fa quasi più notizia, perché i camion a dispetto di ogni piano neve e di ogni logica vengono fermati in maniera preventiva, sulla base di una previsione. E non importa che poi la previsione sia fondata, che i divieti dei camion scattino sotto un sole dispettoso, che su quei veicoli viaggi l’oggetto di un servizio acquistato, che deve giungere a destinazione spesso in modo urgente. Ciò che conta è aggirare le responsabilità: perché se c’è una previsione che allerta e un prefetto non si allerta e non fa allertare a sua volta le autostrade, se poi un veicolo in panne crea code, disagi e polemiche, qualcuno ne rimarrà investito. Così, piuttosto che rischiare, piuttosto che assumersi la responsabilità, si preferisce fermare preventivamente la circolazione dei mezzi pesanti. E se qualche milione di euro trasportato su quei camion si scioglie più in fretta della neve, se migliaia di imprese vanno in difficoltà, poco importa.

Così, per forza di cose, si sono fermate tante industrie che, lavorando in just in time e prive di stock, senza ricevere la materia prima hanno interrotto la produzione. E vallo a raccontare, poi, al destinatario estero del prodotto che la consegna non è stata possibile perché in Italia nevica. In altri paesi (non soltanto in Svezia) chi gestisce le infrastrutture mira a un unico obiettivo: garantire sempre e comunque la mobilità. Da noi no. O meglio, qui si fissano le regole, si pianifica chi deve pulire le strade e chi montare pneumatici adeguati, ma poi tutto ciò serve a poco. Perché, a maggior ragione in campagna elettorale, conta di più prevenire. A curare non siamo ancora capaci.

Per qualche ora, a proposito, si è fermata pure la campagna elettorale, troppo ingolosita dalle polemiche, troppo interessata a mettersi alla ricerca di responsabili. Perché se l’Italia si ferma è sempre colpa degli altri. E questo dovrebbe far riflettere sui meccanismi che stanno all’origine dei timori da responsabilità. E dovrebbe far riflettere, in primis, giornali e TV.

Perché anche i telegiornali, in questo caso, si sono fermati. Non tanto fisicamente, ma mentalmente. Perché come al solito tra raccontare una notizia che nega le aspettative dell’opinione pubblica (era prevista neve e invece ha nevicato soltanto in alcune zone) e una che le asseconda, hanno spinto l’acceleratore su quest’ultima. Era commovente vedere l’inviato del TG1 trasmettere sotto una coltre di neve da Castelpetroso (Isernia), località famosa non tanto per essere un nodo di traffico strategico, ma perché a fine Ottocento due contadine qui videro apparire la Madonna. Se l’avessero inviato a Bologna, lungo il passante autostradale dove transitano ogni giorno diverse migliaia di veicoli, avrebbe avuto bisogno di occhiali da sole. Ma magari avrebbe fatto indispettire molti. Non soltanto tra chi era in campagna elettorale, ma anche tra chi si trovava in una stazione ferroviaria.

Perché stavolta anche i treni si sono fermati, dimostrando per l’ennesima volta di aver bisogno – loro sì – di una cura da cavallo. La diagnosi si chiama «deviatori di binari». Se si ghiacciano vanno in tilt. Basta scaldarli, ma in Italia soltanto un deviatore su tre dispone del necessario e costoso optional. Se non funzionano gli altri parte una squadra di operai, armata di mazzette e sciarpe. Nel frattempo, davanti ai tabelloni delle stazioni, migliaia di passeggeri osservano treni in ritardo di 300 minuti. Si narra di persone partite da Torino e arrivate a Reggio Calabria dopo quasi 30 ore. Un cavallo – appunto – avrebbe impiegato di meno.

22.000 persone, però, non si sono fermate. Quelle che si erano candidate a partecipare al concorso dell’Inps per 365 posti da analista di processo e giunte a Roma con puntualità svizzera. Dimostrando così che in Italia gli unici ad aver garantito il diritto alla mobilità, sono quelli che non hanno ancora garantito il diritto al lavoro. Tutti gli altri, che il lavoro ce l’hanno, possono anche aspettare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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