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Se il coronavirus infetta il gasolio: prezzi in picchiata

4 febbraio 2020

 

 

Le conseguenze del coronavirus sull’economia saranno sicuramente pesanti. Un dato, però, almeno nell’immediato potrebbe, in modo superficiale, far gioire i trasportatori: il prezzo del petrolio e di conseguenza del gasolio. Negli ultimi giorni, infatti, sta perdendo clamorosamente quotazione ed è destinato ancora a scendere. Il ministero dello Sviluppo Economico stimava il prezzo medio settimanale del gasolio a metà gennaio a 1.493,37, il 27 gennaio era già sceso a 1.482,32, mentre oggi è crollato a 1.468,97. Buone notizie, ma qual è il motivo? Molto semplicemente il crollo della domanda causato dal momentaneo arresto della Cina

Quanto consumava ieri e quanto consuma oggi la Cina
D’altra parte, non ci vuole molto a comprendere il fenomeno. Partiamo da questo dato: il grande gigante asiatico consuma mediamente 14 milioni di barili al giorno. Difficile dire se sia tanto o poco. Ma la valutazione diventa più facile se si considera che mettendo insieme i consumi dei principali paesi europei (Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito) e dei principali paesi asiatici (Giappone e Corea del Sud) si ottiene pressappoco un quantitativo analogo. Ora però bisogna considerare che in questo momento tutti i consumi cinesi legati al traffico aereo sono praticamente azzerati, quelli legati alla circolazione di veicoli sono più che dimezzati, quelli legati alla produzione industriale sono drasticamente ridotti, anche perché le 24 province in cui attualmente gli stabilimenti produttivi sono chiusi sono anche quelli più floridi. Prova ne sia che la Sinopec, una sorta di omologo della nostra Eni, ha già ridotto la sua raffinazione giornaliera di circa 600 mila barili, mentre la provincia di Shandong, la terza più ricca di tutta la Cina, tanto da dover importare per il proprio territorio circa un quinto del petrolio consumato nel paese, sta dimezzando la produzione. 

La frenata dell'economia precedente al contagio
Ma qui bisogna per un attimo allargare temporalmente lo sguardo, in modo da riuscire a effettuare una valutazione del processo un po’ più approfondita. Perché se si leggono le cronache cinesi di fine anno è facile trovare notizia del fallimento, avvenuto nel corso della seconda metà del 2019, di almeno sei grandi società private proprio della provincia di Shandong, causato da un indebitamento di circa 68,1 miliardi di yuan (9,7 miliardi di dollari). Il problema, denunciato da Bloomberg, non veniva ritenuto nella criticità in sé, quanto nel fatto che proprio nello Shandong esiste una consuetudine diffusa tra le società di garantirsi reciprocamente i debiti. E in questo modo le reali passività delle aziende non vengono alla luce, ma rimangono sotto traccia. Insomma, c’è una falla, ma non se ne conosce la reale dimensione. Così che fin quando l’economia tira, il problema non si pone, se questa frena i problemi potrebbero moltiplicarsi a cascata.  Peraltro, non è molto chiaro quanto anche nel resto del paese siano consuetudine il prestarsi garanzie incrociate. E tale mancanza di informazione finisce per accrescere maggiormente l’apprensione degli investitori.

Ma Shandong è un sintomo e serve a dire che il coronavirus da questo punto di vista sembra una sorta di coperta stesa su un malato (l’economia) che era già in parte infetto. Pensate che già a dicembre gli utili delle maggiori aziende industriali sono calati del 6,3% sul 2018 e i profitti – guarda caso – del settore legato alla lavorazione del petrolio sono sprofondati del 42,5%.

La discesa delle quotazioni del petrolio
Torniamo però al petrolio: il combinato disposto dell’attuale e in parte precedente rallentamento economico ha fatto crollare la domanda di greggio e quindi la sua quotazione. Il Brent in pochi giorni è sceso fino a 54,5 dollari, il WTI è arrivato addirittura sotto la soglia psicologica dei 50 dollari (49,97), facendo segnare un -20% rispetto alle maggiori quotazioni raggiunte a gennaio. E così a cascata si arriva anche a giustificare la ragione del perché il gasolio alla pompa nelle ultime ora sta raggiungendo livelli decisamente più bassi rispetto alle ultime settimane. Non ancora, in termini percentuali, del 20%, ma comunque si tratta di una flessione significativa.

Ovvio che i paesi produttori stanno correndo ai ripari. L’Opec sta pensando a un taglio della produzione di 500 mila barili al giorno, anche perché l’Arabia Saudita ha bisogno per tenere in equilibrio i suoi conti pubblici e trovare sufficienti risorse a finanziare la diversificazione economica in atto di un prezzo del greggio vicino agli 80 dollari. E 50 sarebbero decisamente troppo pochi. Ed ecco perché preme per anticipare il previsto vertice Opec in calendario per il 5 e 6 marzo, già alla settimana prossima. Ma sono tentativi e soltanto nelle prossime settimane capiremo fino a che punto proficui. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Uomini e Trasporti

 

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