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Covid-19, Ceva Logistics dichiara lo stato di forza maggiore. Ecco cosa comporta

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Ceva Logistics si trova in uno stato di forza maggiore. Di conseguenza, come spiega in una nota, «si riserva il diritto di modificare in tutto o in parte i suoi servizi, di modificare le sue procedure di lavoro e le tariffe e i prezzi precedentemente concordati, di applicare maggiorazioni o di adottare qualsiasi misura necessaria per adeguare le sue operazioni commerciali e i suoi obblighi verso i suoi clienti, fornitori e altre parti interessate».

I servizi a cui si fa riferimento sono tutti quelli offerti dalla società, vale a dire dai trasporti aerei a quelli marittimi, dai trasporti terrestre all’intermediazione doganale, fino alle attività logistiche per conto di società terze.
Spiegando le ragioni della decisione, la società che in Italia erano uscita dal commissariamento ai primi di marzo, in anticipo rispetto al previsto, fa riferimento ai «gravi rischi per la salute a cui sono soggetti tutte le persone» che finiscono per creare «diversi ostacoli alle nostre attività in tutti i paesi colpiti». 

Ovviamente Ceva Logistics ribadisce che il virus e le necessarie misure di risposta adottate dai governi sono completamente al di fuori del suo controllo. «Essendo imprevedibili – puntualizza – rientrano nella definizione di ‘forza maggiore’ i cui principi sono universalmente riconosciuti nel mondo degli affari e previsti dalla legge».

Ricordiamo che in Italia lo stato di forza maggiore è disciplinato dall’art. 1256 c.c, secondo cui «l’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile». L’impossibilità sopravvenuta delle prestazioni per effetto della «forza maggiore» è riscontrabile in diversi casi (eccessiva onerosità sopravvenuta; sopravvenuta mancanza di interesse a ricevere la prestazione; sopravvenuta impossibilità di ricevere la prestazione; sopravvenuta impossibilità temporanea di eseguire la prestazione; sopravvenuta impossibilità definitiva di eseguire la prestazione). In tali casi, spiega sul numero di aprile di Uomini e Trasporti l’avvocato Barbara Michini, «il vettore non si può ritenere responsabile dei danni che il committente possa subire per una mancata esecuzione della prestazione o per un ritardo dovuto a un’oggettiva impossibilità temporanea. La giurisprudenza, poi, ha chiarito che la forza maggiore deve essere un impedimento assoluto, non superabile in alcun modo, frutto di un avvenimento straordinario e imprevedibile»

Il coronavirus, in quanto pandemia, può considerarsi giuridicamente un’epidemia e, come tale, configurare a tutti gli effetti una causa di forza maggiore. «Gli effetti giuridici del coronavirus sui contratti di trasporto in corso – spiega l’avvocato – devono essere esaminati caso per caso, tenendo conto delle specifiche circostanze di viaggio, della misura di incidenza del fenomeno emergenziale su tutto o parte della prestazione, dell’assenza di soluzioni alternative per l’adempimento, della portata del testo contrattuale e della legge a esso applicabile». In pratica, si tratta «di verificare se le lunghe soste degli automezzi alle frontiere o ai punti di carico, la ridotta disponibilità dei parchi veicolari, la messa in atto di protocolli di sicurezza nell’espletamento dei servizi o altre circostanze dettate dall’emergenza e dai correlati precetti normativi, impongano al vettore un sacrificio economico che rientra nella normale alea contrattuale o se denotino uno squilibrio tale da legittimare il rifiuto a eseguire la prestazione se non in presenza di un adeguamento tariffario. 

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Redazione
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La redazione di Uomini e Trasporti