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Formazione autisti: in Francia un corso per sole donne scatena la polemica

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Nel settore del trasporto merci su strada mancano autisti. In Italia si stima una carenza di circa 15mila persone al volante, ma Oltralpe la situazione non migliora. In tutta Europa, secondo una ricerca condotta da Transport Intelligence, su richiesta della European Road Freight Transport, mancherebbero 150mila autisti (dati 2018). Una tendenza, peraltro, che gli analisti danno in continua progressione.D’altra parte
quello di autista di mezzi pesanti è un mestiere che ha perso innegabilmente di attrattiva, soprattutto per i giovani e resta ancora ad appannaggio del genere maschile.
Per incentivare l’accesso alle donne francesi alla professione di autotrasportatore – dove rappresentano oggi circa il 2% – nel dipartimento Maine et Loire hanno pensato di proporre un corso di formazione sul trasporto stradale rivolto alle sole donne. Così l’agenzia di lavoro interinale RAS e il centro di formazione ECF si sono rivolti al Pôle Emploi (istituzione pubblica per il lavoro) per l’organizzazione di un corso di formazione specifico per conducenti donne di mezzi di trasporto (POEC – Préparation Opérationnelle à l’Emploi Collectif). Eventuali candidati uomini interessati al corso sono stati reindirizzati ad altri gruppi di formazione. L’obiettivo del corso è, dopo il conseguimento della patente, l’avvio o di un contratto di apprendistato di 12 mesi o di professionalizzazione che dovrà trasformarsi poi, in base alle esigenze dei datori di lavoro, in un contratto a tempo indeterminato o un’assunzione diretta in azienda.

Mentre l’UNOSTRA, Union Nationale des Organisations Syndicales des Transporteurs Routiers Automobiles ha accolto con favore questa iniziativa ritenendola «innovativa per le donne e le piccole e medie imprese», al contrario le autotrasportatrici francesi non l’hanno vista di buon occhio giudicandola un po’ sessista e fuorviante. È proprio questo giudizio ha acceso un vivace dibattito in questi giorni tra gli iscritti (donne e uomini) alla pagina Facebook La Route au Féminin da cui abbiamo estrapolato alcuni pareri.

«Questo non è un mestiere di uomini,
ma un mestiere tout court» Nelly

Il punto di vista di Clem è chiaro e sintetizza il pensiero di molte (e molti anche) «Non credo sia una buona idea, non riflette assolutamente il nostro lavoro. Sì, mancano le donne ma bisogna essere realisti, si lavora circondati da uomini. Penso che queste future autiste avranno molta più paura quando si ritroveranno circondate da uomini nel loro futuro mestiere. Non vedo l’utilità che può avere una formazione del genere (per non parlare del lato sessista). Sarà meglio andare a dare informazioni alle ragazze direttamente nelle scuole, per esempio, per far conoscere loro il nostro lavoro».
Dello stesso avviso un uomo, Olivier, che sostiene che «per attirare le donne nel nostro mestiere bisogna includerle nella formazione fin dalla scuola primaria, ma soprattutto informarle. Facendo loro una formazione dedicata non le preparerà per entrare in questo mondo ancora molto maschile. È con la miscela della formazione che impariamo ad avere le reazioni giuste».
Anche Clémentine sembra avere le idee chiare dicendo «Penso che l’idea sia sbagliata… Questo è un modo in più per differenziarci mentre il lavoro è lo stesso. Stesso lavoro stessa formazione. Non aiuta le donne a farsi spazio».
«Comincia così il sessismo… Lo viviamo ancora nel nostro lavoro… Che retrocessione…» puntualizza Nancy.
Céline si qualifica non come autista ma «formatrice» e afferma che «I gruppi misti sono più semplici da gestire e formare, molto spesso c’è benevolenza, aiuto, tensione, ma niente di così cattivo…»
Un altro formatore, un uomo in questo caso, Blando, scrive: «Ho avuto esperienza di autista di merci e passeggeri e poi come formatore, confermo che le donne hanno tutto il loro posto in questo mondo maschile. Le donne sono più premurose, hanno una guida più dolce, sono più rispettose del materiale, hanno più rigore amministrativo e sono più in grado di smussare gli angoli di fronte a una situazione delicata con un cliente o un caricatore».
«Non vedo come sia possibile mettere in evidenza le donne in un ambiente maschile separandole dall’inizio dai nostri colleghi maschi durante una formazione! E quando saranno mollate da sole in mezzo a tutti questi signori, come reagiranno ad alcuni dei loro comportamenti?» È la preoccupazione di Nadine, da tempo nel settore «Sono a 2 anni dalla pensione e so quanto possa essere complicato integrarsi in questo ambiente… Non sempre è facile avere un pugno di ferro in un guanto di velluto, sia con i nostri colleghi maschi, i caricatori, i clienti, ecc…» sottolineando poi «Ho un profondo rispetto per questa professione e so che una donna che guida un camion non lo è mai per caso. È una vera scelta da parte sua».
Marianne, che guida da 16 anni, rivolge un pensiero ai colleghi uomini: «Questa ′′messa in evidenza′′ la trovo malsana, non vorrei mai che uno dei miei colleghi maschi avesse risentimento verso una collega femmina perché si sente meno valorizzato di lei».

Insomma, quella che voleva essere una iniziativa per far avvicinare le donne alla professione di autista, si è rivelata una sorta di boomerang. Dai vari commenti raccolti si possono però trovare spunti interessanti sui quali poter ragionare per dare vita ad altre iniziative volte a rispondere alla cronica carenza di autisti. La parità di genere passa non tanto dalla formazione – uguale per tutti – quanto dalle operazioni di welfare rivolte, per esempio, a sostegno della maternità. Misure che consentano alle donne di poter essere integrate in un contesto lavorativo, in una condizione di benessere e serenità oltre a essere al contempo anche più competitive. Perché «questo non è un mestiere di uomini, ma un mestiere tout court» come, giustamente, chiosa Nelly.

Redazione
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La redazione di Uomini e Trasporti

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