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Per il post Covid le donne saranno l’arma vincente

Anche se l’occupazione femminile italiana è oggi agli ultimi posti in Europa, nella ripartenza le donne avranno un ruolo decisivo per la loro maggiore adeguatezza al mondo del lavoro “che verrà” e per la loro presenza prevalente (oltre il 70%) nei settori di sanità, istruzione e servizi alla persona. E magari anche nei trasporti...

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E se dopo tanta sofferenza, dopo che il mondo è rimasto inesorabilmente bloccato a guardare la più grande pandemia dal Dopoguerra, la rinascita ripartisse dalle donne? Se questa tragedia potesse trasformarsi in un’opportunità – termine femminile, peraltro – e in una ripartenza – anche qui sostantivo ‘rosa’ – in cui il ‘gentil sesso’ ricoprisse finalmente un ruolo decisivo e da protagonista?

Anche se alcuni segnali, purtroppo, non vanno in questa direzione (basti pensare a come esperte e scienziate siano state colpevolmente ignorate nella formazione delle task force governative, almeno nella prima fase), rimaniamo dell’idea che saranno le donne a dare il colpo di manovella determinante per rimettere in moto tutto il sistema produttivo ed economico del dopo Covid-19. E in questo processo potrebbe benissimo inserirsi l’auspicata accelerazione dell’occupazione femminile nel settore autotrasporto, che verrebbe indubbiamente rivitalizzato dalla presenza di nuove ed efficienti energie. 

Una convinzione, la nostra, che prende anche spunto da una recentissima analisi del Centro di ricerca economica e territoriale “Rete Urbana delle Rappresentanze – RUR”, diretto da Giuseppe Roma.

«Nel ripensare ai cambiamenti strutturali necessari a ridare slancio alla nostra economia – si legge infatti nello studio –  un ruolo decisivo dovrà ricoprire il sostegno all’occupazione e all’imprenditorialità femminile». Questo perché, spiega RUR, i dati aggiornati al 7 maggio confermano che le donne mostrano una maggiore resistenza alle conseguenze estreme provocate dal virus, soprattutto per quelle fasce d’età lavorativa che sono maggiormente interessate alla progressiva riapertura delle attività. Il tasso di letalità dovuta al coronavirus (cioè i decessi sul numero di positivi) per le persone fra i 20 e i 59 anni risulta infatti del 2,4% per gli uomini e dello 0,5% per le donne. Una percentuale che evidenzia quello che tutti sappiamo da tempo, cioè che il genere femminile mostra nelle difficoltà una resilienza e adattabilità molto superiore a quella maschile.

«Col progressivo ritorno alla normalità – avverte ancora la ricerca – l’occupazione femminile corre però i maggiori rischi, oltre che per la crisi produttiva, anche per la dipendenza da fattori extra-economici, in particolare dai servizi per l’infanzia e dalla scuola».

Al riguardo le analisi di Istat e Eurostat sono impietose: l’Italia è ultima in Europa per tasso di occupazione femminile (50%), un dato lontanissimo dalla media continentale (67,3%). Ma non è tanto un problema legato alla responsabilità nella cura dei figli, quanto alla mancanza di aiuto nell’organizzazione scolastica e in quella del lavoro e familiare. Lo si capisce esaminando i numeri: «Le donne (18-64 anni) con responsabilità di cura dei figli sono in Italia il 29,2%, poco più della Germania (27,2%), ma meno della media europea pari al 31,4%, della Francia (35,5%) e persino della Danimarca (33,3%). Ma mentre in Danimarca solo lo 0,9% delle donne non lavora per prendersi cura dei figli (1,4% in Germania, 3,5% in Francia e 3,7% nella media europea)l’Italia risulta, con l’11,1%, il Paese europeo dove più donne rinunciano a un impiego per seguire i figli». 

La scuola italiana, in altri termini, non funziona come agenzia educativa e pilastro sociale come in altri Paesi (vedi appunto la Danimarca o per l’extra Europa la Corea del Sud con le loro scelte scolastiche di uscita dal lockdown), lasciando le mamme sole nel compito cruciale di crescere la propria prole. 

L’altro problema da risolvere per avviare il “motore del cambiamento” è la strutturale ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Fra le grandi Nazioni continentali il nostro mercato del lavoro include la quota più bassa di donne occupate (42,5% del totale), contro una media europea del 46%, per non parlare dei valori ancora più elevati di Francia (48,3%) e Germania (46,7%). Secondo i ricercatori della RUR, per portare l’Italia al valore medio europeo sarebbero necessari 1.617.000 nuovi posti di lavoro esclusivamente destinati alle donne, obiettivo francamente complicatissimo: «Ma se si volesse quantomeno dimezzare il divario con l’Europa, bisognerebbe cercare di raggiungere le 250.000 nuove occupate l’anno per il prossimo triennio».

Con questa fotografia negli occhi e con i rischi che già correrà il lavoro femminile nel mantenere gli attuali livelli (le previsioni su PIL e disoccupazione sono, come sappiamo, catastrofiche), parlare di rilancio attraverso un cambiamento di paradigma può apparire utopico. «Tuttavia – spiega l’analisi – chi crede che dalla crisi si può uscire puntando sulla sostenibilità sociale e sulla resilienza ha l’obbligo morale di individuare gli interventi in grado di rimettere le donne al centro del prossimo auspicabile ciclo di sviluppo».

È una considerazione che ci trova d’accordo e che è confortata dai dati. Seppur debolmente, infatti, dopo la crisi del debito sovrano (2012) nei maggiori Paesi europei e a parte la Spagna, l’occupazione femminile è cresciuta più di quella maschile. Se poi nella media UE il lavoro femminile ha registrato un +6,5% a fronte di un +5,1% maschile, in Italia tale divario è stato molto più accentuato: per le donne il +3,2% (discreto avanzamento, anche se metà di quello europeo) si rapporta a un incremento degli occupati maschi pari a solo l’0,8%.

Il percorso tuttavia è ancora lungo. Si pensi per esempio alla differenza fra i tassi di occupazione: al febbraio 2020, quando è partito il lockdown, quello femminile era del 50%, mentre quello maschile raggiungeva il 68%. Una disuguaglianza amplificata dalla distribuzione territoriale, assolutamente irregolare: «Fra il tasso d’occupazione femminile della Provincia Autonoma di Bolzano (67,9%) o dell’Emilia Romagna (64,1%) – sottolinea la ricerca – e quello di un’altra regione che gode di ancora maggiore autonomia come la Sicilia (29,8%), corre un divario talmente pronunciato da indicare un’assoluta priorità che la politica non può permettersi di ignorare se vuole dare alla fase 2 un’impronta di innovazione e non di semplice assistenzialismo». 

Il messaggio è chiaro: è necessario incentivare l’occupazione e imprenditorialità femminile nel Mezzogiorno. Ampiamente al di sopra della media nazionale sono, al contrario, molte delle regioni più colpite dall’epidemia, a partire dalla Lombardia (60,4%) e Piemonte (59,2%), dove l’impegno per la fase 2 va orientato almeno al mantenimento dei livelli raggiunti.

Ma attenzione: non è solo questione di parità di genere, semmai – come si diceva all’inizio – di opportunità. Rinnovare e riqualificare la nostra base produttiva deve necessariamente comportare la presenza di alte competenze e di un’elevata qualità del capitale umano. E qui non c’è gara. Il livello d’istruzione delle donne occupate è maggiore addirittura in valori assoluti rispetto a quello maschile: sono 3 milioni le donne laureate impiegate in un’attività produttiva a fronte di 2,5 milioni di uomini. In altre parole, ci sono 120 laureate occupate ogni 100 occupati con laurea, valore che raggiunge in Sardegna le 143 laureate occupate, 141 in Umbria140 in Valle d’Aosta131 in Toscana128 in Veneto e 126 in Emilia-Romagna.

Questa presenza qualitativa di donne particolarmente qualificate costituisce un’energia “al femminile” che, nell’attuale situazione di emergenza, sarebbe criminale disperdere o sottoutilizzare. Anche perché il lavoro femminile è il vero protagonista di quei settori di cui il coronavirus ha mostrato l’importanza non solo sul fronte della sopravvivenza collettiva, ma dell’economia. 

Pure in questo caso i numeri ci aiutano a capire. Le circa 10 milioni di lavoratrici si distribuiscono per il 25,5% nel settore della sanità e dell’istruzione, per un 13,8% nel commercio all’ingrosso e al dettaglio, per un 13,4% nei servizi all’impresa, per il 12,5% nei servizi alla persona e collettivi. Ma significativa è la presenza anche in comparti più hard, come l’industria manifatturiera (12,2%), o a grande rischio, come il turismo (7,6%)

Visto da un’altra prospettiva, esistono settori fondamentali per il futuro del nostro Paese dove è schiacciante la presenza di professionalità femminili. È donna il 72,4% dei lavoratori nei comparti della sanità e dell’istruzione o il 69,1% nei servizi destinati alla persona. Nella sanità, in particolare, le donne rappresentano il 56% dei medici iscritti all’albo, sono quasi il doppio degli uomini tra i medici con meno di 40 anni e il 77% degli infermieri.

Nei settori chiave del nuovo sociale, poi, lavorano complessivamente circa 3,8 milioni di donne rispetto a 1,5 milioni di uomini. «Si tratta di comparti in cui saranno investite cospicue risorse pubbliche – afferma la RUR – e dovrà essere garantita una selezione del personale su basi rigidamente meritocratiche che consentirebbe alle donne di essere più competitive».

Anche nel turismo la maggioranza del 50,5% è rappresentata dal lavoro femminile, la cui incidenza settoriale è rilevante anche nei servizi all’impresa (48,8%), nella finanza e assicurazioni (45%), nel commercio (41,5%) e nella Pubblica Amministrazione (35%). Infine fra il 20 e 30% è l’incidenza delle occupate nei servizi di comunicazione e informazione, nella logistica, in agricoltura e nell’industria.

Riassumendo: nel mercato del lavoro le donne sono maggioritarie nelle attività di servizio pubblico e privato (53,6%); hanno una forte presenza nel commercio e nel turismo (44,3%); ricoprono un quarto circa dei posti di lavoro nell’industria e nell’agricoltura.

Qual è dunque il dato comune che ci fa essere ottimisti sul futuro occupazionale al femminile (e di conseguenza sul futuro del Paese)? Che tutte queste professioni in cui le donne prevalgono numericamente e qualitativamente appartengono a un’economia “smaterializzata”, “softwar-istica”, molto più adeguata al ‘next step’ del lavoro rispetto a quella tecnologica e “hardware-istica”che proviene dalla tradizione.

In questo contesto dovrà essere rivalutata e riconsiderata anche la posizione femminile all’interno di organizzazioni aziendali e istituzioni. Se infatti le donne costituiscono la maggioranza degli addetti nelle mansioni impiegatizie (56,7% degli impiegati) e dei quadri aziendali (44,7%), risultano tuttavia sempre posizionate in seconda linea, nella fascia poco sotto quella di vertice, ancora detenuta almeno per due terzi da maschi che ricoprono per il 68% le caselle dirigenziali. Un’anomalia che, in fase di rilancio del sistema economico italiano, non può più essere sopportata.

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