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Vania Dordoni, Direttore Commerciale di Conap. Merci pericolose a trazione femminile

Entrare in un’azienda direttamente al vertice è un conto. Partire dal basso e poi salire, magari arrivando a dirigere tanti colleghi uomini, è sicuramente più complicato. A maggior ragione se si è una donna. A maggior ragione se il contesto è tipicamente maschile, come può essere il trasporto di materie chimiche. Per riuscire in tale ascesa Vania Dordoni ha dovuto tirar fuori competenze e autorevolezza. Insieme a tanta voglia di eccellere

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La voce è calma e il tono pacato, ma lo sguardo lascia intravedere tutta l’autorevolezza necessaria per dirigere Conap, un consorzio che oggi conta 65 aziende impegnate nel trasporto di prodotti chimici sfusi e carburanti.

Vania Dordoni, classe 1973, ha cominciato più di venti anni fa dal gradino più basso, ma ha capito subito che l’unica opportunità per muoversi in un settore poco noto era quella di eccellere. Così ha messo mano a quelle qualità prettamente femminili, quali il problem solving e la cura delle relazioni per estendere la rete dei clienti, in particolare all’estero, per creare rapporti duraturi con grandi multinazionali dove una donna al timone è considerata un valore aggiunto. «C’è ancora una certa resistenza ad accettare un capo donna – dice con franchezza – forse in questo settore più che altrove. Mi è capitato anche in contesti esterni che il mio interlocutore si rivolgesse al presidente, anziché a me, nonostante la mia competenza in materia, ma sono cose che devono scivolarci addosso». Sono altre quelle per cui battersi. «Credo sia difficile per una donna oggi accettare un lavoro da autista di camion – dice convinta – perché mancano politiche a sostegno dell’occupazione femminile». E poi, quasi per sfida aggiunge: «Bisognerebbe lanciare una campagna per l’imprenditoria femminile nell’autotrasporto».

Quando hai cominciato a lavorare in Conap?
Si può dire che professionalmente nasco in Conap. Sono stata assunta nel 1999 quando ancora frequentavo l’ultimo anno di università. È stata un’esperienza nata occasionalmente. Nel 1995 è venuto a mancare mio padre. All’epoca studiavo a Forlì alla Scuola Interpreti, una facoltà dell’Università di Bologna, ed ero quindi, in questo percorso, a esclusivo carico di mia madre. Faticava sempre di più e io sentii l’esigenza di contribuire al budget familiare. Il mio vicino di casa era un associato Conap e mi disse che stavano cercando una figura da inserire nell’ufficio traffico. L’unico requisito richiesto era la conoscenza delle lingue e io avevo formazione prettamente linguistica, superspecializzata, assolutamente superiore alle richieste e sono stata assunta per quel motivo.

L’idea di lavorare in questo settore, al di là della necessità, come ti è sembrata all’inizio?
Avevo timore, perché non conoscevo assolutamente il settore. A 27 anni mi sono trovata a fare un colloquio completamente alla cieca, ma il lavoro mi è piaciuto subito. Oggi, dopo 20 anni, sono convinta che l’attività dell’ufficio traffico richieda una forma mentis molto particolare, nella quale dinamicità, problem solving e multitasking fanno la differenza.

Invece tu sei stata assunta per la conoscenza delle lingue…
A quel tempo Conap aveva un paio di clienti internazionali con cui occorreva poter dialogare o scrivere in inglese, ma l’esigenza era molto limitata. In seguito, mi è stata data l’opportunità dal mio datore di lavoro di allora, l’attuale presidente Claudio Villa, di sviluppare i rapporti con clienti stranieri. È nato quindi un settore internazionale creato ex novo da me con il supporto dell’azienda e che, tra l’altro, ha consentito di mettermi in risalto per arrivare alla dirigenza.

In questo percorso quanto ha influito il fatto di muoverti in un settore poco noto, in particolare alla sfera femminile?
Credo che per me sia stata un’opportunità: è più difficile farsi conoscere ed eccellere in un settore già saturo.

E gli uomini come l’hanno presa?
Inizialmente non ho avuto problemi, né più né meno di qualsiasi altro ambiente. Per la mia personale esperienza, un uomo sul lavoro è un po’ più “easy” di una donna. Le cose si sono complicate nel momento in cui ho assunto il ruolo direttivo, diventando un superiore di uomini che erano in azienda da 10-15 anni. C’è stato un periodo di adattamento che ritengo di aver superato grazie a competenza e autorevolezza, due qualità necessarie per regolare i rapporti sul lavoro.

TRATTI E RITRATTI

L’ingresso di Vania in Conap è datato 1999. La spinta per iniziare a lavorare coincide con la morte del padre e il desiderio di contribuire alle finanze familiari, seppure ancora studentessa. Poi l’anno dopo arriva la laurea, conseguita alla facoltà SSLMIT (Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori) dell’università di Bologna, sede distaccata di Forlì. Una carta in più da giocare per crescere. Nella foto è in compagnia di Fabio, con cui in quello stesso anno convogliò a giuste a nozze. Un inizio di secolo decisamente ricco di avvenimenti…

Rebecca arriva sette anni fa, dando ovviamente una scossa alla vita di Vania. Per conciliare casa e lavoro bisogna barcamenarsi, sfruttando magari quella flessibilità garantita dal ruolo direttivo. Per chi non ha un’opportunità in tal senso – sostiene il dirigente del Conap – servirebbe un welfare efficace: la sua mancanza, infatti, finisce per condizionare la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro.

Oggi il dopolavoro di Vania è costituito da questa famiglia. Con Fabio condivide la passione per i viaggi e quella per una buona bottiglia di vino. Rebecca, invece, la osserva mentre viene animata da velleità artistiche, convogliate verso i fumetti e un pianoforte. La mamma lascia fare: che voglia lavorare nel trasporto o in un altro settore a maggior tasso di creatività, l’importante – sostiene – è che ci metta la passione necessaria per eccellere.

Il fatto di muoversi in un contesto ritenuto più maschile ha peggiorato le cose o sarebbe stato lo stesso anche in un’azienda – chessò – di moda?
Se parliamo del ruolo dirigenziale, forse c’è stata un po’ più di resistenza. Ma dipende dal contesto. Oggi Conap ha un portafoglio clienti composto per il 70-80 per cento da multinazionali dove spesso, al vertice, si trovano donne e un’interlocuzione al femminile è sicuramente ben vista. Un po’ di diffidenza la noto ancora nel nostro ambiente, con i nostri omologhi autotrasportatori. Ti faccio un esempio: spesso in riunioni o eventi sono presente con il presidente. Molte volte l’interlocutore si rivolge unicamente alla figura maschile nonostante nella questione specifica io intervenga di più perché materia di mia competenza. Comunque, in questi casi bisogna solo far finta di niente e farsi scivolare addosso la cosa.

Quando dici dove lavori, di cosa ti occupi, come reagisce la gente?
Normalmente fa finta di capire. L’unico termine che rimane impresso è quello di direttore, ma parlando del settore di autotrasporti di prodotti chimici non si ha la minima idea di cosa sia, di cosa comporti, di che tipo di azienda sia.

In base a questi stereotipi l’accudimento delle persone, della casa, della famiglia è ancora prerogativa femminile. Così come l’idraulica, l’ingegneria e la meccanica sono ambiti maschili. Credo che non riusciremo a superarli fino a quando non insegneremo ai nostri figli – maschi o femmine che siano – a preparare la cena, così come a cambiare una lampadina

Tu hai una figlia di 7 anni. Qual è la gestione del tuo quotidiano?
Mi barcameno come tutte le mamme, né più né meno. Con il privilegio oggi di avere un ruolo sul lavoro che mi consente una certa flessibilità, spesso negata a tantissime donne. Qui potremmo aprire il discorso sulla carenza di un welfare efficace nel nostro paese che condiziona la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro. Se ci fosse una politica sociale a sostegno delle professionalità femminili, non ci troveremmo nella situazione attuale: non ci sono asili nido aziendali, servizi, possibilità di smart working.
Io non credo che ci siano lavori da uomini o da donne, ci sono però tanti preconcetti e stereotipi. La questione è proprio qui: in base a questi stereotipi l’accudimento delle persone, della casa, della famiglia è ancora prerogativa femminile. Così come l’idraulica, l’ingegneria e la meccanica sono ambiti maschili. Credo che non riusciremo a superarli fino a quando non insegneremo ai nostri figli – maschi o femmine che siano – a preparare la cena così come a cambiare una lampadina.

Chi dovrebbe farlo?
In primis la famiglia. La mentalità cambia di generazione in generazione. Ma anche l’istruzione scolastica, in cui credo tantissimo, permette di capire le cose e di affrontarle in maniera diversa. Oggi ci sono lavori che in Italia le donne non possono scegliere perché non esistono le condizioni che lo permettono. Vuoi un esempio? Il conducente di un automezzo: è difficile che una donna scelga questo tipo di lavoro che richiede di stare molto tempo fuori di casa. Parlo ovviamente dei settori come il nostro in cui si resta lontani anche per giorni e giorni; diverso è il caso dei conducenti di autobus urbani o di quelli impegnati nella distribuzione locale.

Quindi non pensi che la logistica potrebbe guardare alle donne per superare il problema della carenza degli autisti?
Onestamente, il lavoro di autista si coniuga poco con le possibilità di una donna. Questo non vuol dire che non sia possibile. Se parliamo di logistica in generale, le figure femminili ci sono e credo possano aumentare sempre di più. La possibilità di vederle al volante, però, dipenderà da quanto riusciremo a rendere questo mestiere accattivante per una donna. Se non abbiamo l’appoggio di un welfare statale, dovremmo almeno contare sull’iniziativa di singole aziende private disposte a concedere un po’ di flessibilità o un nido aziendale. Investimenti che darebbero un sicuro ritorno in termini di produttività. Altrimenti – e spero di sbagliarmi – vedo veramente difficile per una donna coniugare famiglia e camion. In 20 anni qui ho visto una sola donna autista.

Pensi che le istituzioni possano fare qualcosa?
Certo, possono usare gli incentivi per cambiare una situazione statica. L’Albo degli autotrasportatori, per esempio, potrebbe pensare a un sostegno ad hoc per le donne che decidono di intraprendere la strada dell’artigianato nel trasporto.

Un’imprenditoria femminile nell’autotrasporto?
Potrebbe essere un’idea!

Cosa diresti a tua figlia se in futuro volesse fare un lavoro ritenuto da uomo?
Qualunque cosa vorrà fare, l’importante è che eccella. La chiave del successo, una volta come adesso, è l’eccellenza. Al momento ha velleità artistiche, ma nonostante la mia pragmatica preoccupazione, rimango convinta che se uno è davvero bravo in quello che fa, troverà il modo di farsi notare e di fare strada. La mediocrità va evitata come la peste.

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