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Chi non condivide i dati perde i clienti: è qui che si giocheranno i margini del trasporto

La digitalizzazione nel trasporto viene ancora raccontata come un tema tecnologico, quasi accessorio. In realtà sta diventando, molto più concretamente, una questione commerciale. Dal confronto tra ANITA e IVECO emerge infatti una linea chiara: nei prossimi anni non sarà premiato chi ha più mezzi, ma chi saprà dare più informazioni ai propri clienti

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Per anni il trasportatore ha venduto chilometri. Oggi, sempre più spesso, si trova a vendere anche qualcosa di meno visibile ma molto più decisivo: dati. Tempi di consegna monitorati, tracciabilità in tempo reale, indicatori di performance, capacità di prevedere e gestire criticità. Non è un’aggiunta, è un cambio di natura del servizio. Perché mentre il trasporto tende a essere percepito come una commodity, l’informazione resta un elemento distintivo. Ed è lì che si crea margine.

Non a caso, dal lato industriale il messaggio è ormai esplicito. Come ha sottolineato Fabrizio Buffa di IVECO, «veicolo, dati e servizi devono operare in modo sempre più integrato». È una frase che, tolta dal linguaggio aziendale, significa una cosa molto concreta: un mezzo, da solo, non basta più a generare valore se non è inserito in un sistema che produce e utilizza informazioni.

Questo passaggio diventa ancora più evidente quando si guarda al rapporto con la committenza. Le testimonianze portate da Safim e Galup raccontano un modello già operativo, non una prospettiva futura. Il cliente non si accontenta più che la merce arrivi: vuole sapere quando arriva, come si muove, cosa succede se qualcosa cambia. Pretende reattività, soprattutto nei contesti più complessi e stagionali, dove la logistica è parte integrante del risultato commerciale.

Alberto Crivello, alla guida di Safim, lo sintetizza bene quando parla di «una struttura informatica in grado di rispondere alle esigenze del cliente» come fattore decisivo per ridurre i tempi morti e migliorare il servizio. In altre parole, non è più solo una questione di camion, ma di capacità di adattarsi in tempo reale.

Dal lato della committenza, Nadia Hugon di Galup aggiunge un elemento ancora più concreto: «La capacità di pianificazione e gli strumenti digitali ci consentono di gestire i picchi e monitorare l’andamento del mercato». Qui il punto è chiarissimo: il trasporto entra direttamente nei meccanismi con cui l’azienda cliente gestisce vendite e produzione.

È in questo spazio che si crea – o si perde – valore. Perché un operatore integrato nei sistemi del cliente, capace di condividere dati e supportare le decisioni, è difficile da sostituire. Al contrario, chi resta fuori da questi flussi informativi finisce inevitabilmente schiacciato sulla leva del prezzo. Non per scelta, ma perché non ha altri strumenti per difendere il proprio ruolo.

Anche quando si parla di tecnologia di bordo, il punto non è mai la tecnologia in sé. Prendiamo il tema dell’uptime, su cui IVECO insiste molto: evitare un fermo non significa semplicemente risparmiare su una riparazione, significa non perdere un viaggio. E un viaggio perso è fatturato che non si recupera. Quando si parla di servizi connessi e manutenzione predittiva, si sta parlando esattamente di questo: proteggere la capacità di produrre ricavi.

Lo stesso vale per la gestione dei picchi e delle complessità operative. Quando il trasporto è supportato da sistemi digitali e da una struttura informativa solida, diventa più flessibile, più veloce nell’adattarsi, più preciso nel rispondere alle esigenze del cliente. E questa capacità, per chi sta a monte della filiera, ha un valore economico diretto. Non si tratta più solo di trasportare, ma di contribuire a far funzionare meglio l’intero processo logistico.

Riccardo Morelli (ANITA), Massimiliano Perri e Fabrizio Buffa (IVECO), Alberto Crivello (Safim), Nadia Hugon (Galup)

Tutto questo introduce una linea di separazione sempre più netta nel settore. Da una parte ci sono le aziende che stanno investendo per entrare nei sistemi dei clienti, per strutturare i dati, per integrare mezzi, ufficio traffico e committenza. Dall’altra ci sono quelle che continuano a operare come hanno sempre fatto. Le prime stanno costruendo continuità e difendendo i margini; le seconde rischiano di restare confinate nel mercato spot, dove il prezzo è spesso l’unico criterio.

Lo ha ricordato anche Riccardo Morelli, presidente di ANITA, sottolineando che la digitalizzazione «consente di migliorare l’efficienza operativa e rafforzare la qualità del servizio», ma solo a condizione di accompagnarla con competenze adeguate. E infatti il punto, oggi, non è tanto avere la tecnologia, quanto saperla usare.

I mezzi sono connessi, i dati esistono, le piattaforme sono disponibili. La vera differenza la fanno le persone e l’organizzazione: la capacità di integrare questi strumenti nei processi e trasformarli in valore percepito dal cliente. Non vince chi compra il sistema, ma chi riesce a farlo funzionare davvero.

Per questo la digitalizzazione non va letta come un investimento IT, ma come una leva commerciale. Perché nel rapporto con la committenza sta già cambiando la regola di fondo: chi porta informazioni entra, chi non le porta resta fuori. E in un mercato dove il trasporto tende a essere sempre più standardizzato, saranno proprio i dati a fare la differenza tra chi riesce a difendere i margini e chi, invece, si troverà a inseguirli.

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