Ogni giorno centinaia di camionisti trascorrono ore alla ricerca di un posto sicuro in cui fermarsi, mangiare, riposare, semplicemente respirare. È un paradosso: coloro che non fanno fermare il mondo (il Covid ce lo ha insegnato) non trovano un luogo adeguato dove fermarsi e prendersi cura di sé stessi, recuperare energie, ritrovare dignità. È una contraddizione storicamente insita nella logistica, che oggi però necessita di riportare al centro ciò che ha perso di vista: la persona.
Chi guida trascorre un terzo della propria vita in aree di sosta, spesso progettate secondo logiche di profitto e non su bisogni umani. Tali spazi sono legati a un modello di consumo rapido e fugace, senza rispondere alle esigenze di chi, come un autista, frequenta costantemente tali aree. Malgrado i trasportatori generino circa il 30% delle entrate di chi gestisce le autostrade, non esiste una normativa che individui standard minimi qualitativi da dedicare loro. Di conseguenza gli autisti – vincolati dalle regole sul «quando» fermarsi e dalle esigenze logistiche sul «dove» – sono costretti ad arrangiarsi: docce nei semirimorchi, fornelli in cabina, taniche usate come lavandini. In questa quotidianità forzata, la persona si dissolve nella funzione, conta meno della cabina che la ospita e del tempo di consegna. Una violazione silenziosa e normalizzata dell’umanità.
È proprio intorno a questo contesto che si sviluppa il progetto di ricerca del professor Pietro De Giovanni, docente di Operations & Supply Chain Management alla SDA Bocconi e co-direttore dell’osservatorio Sustainable Operations and Supply Chain (SOSC) Monitor. Il suo scopo, ambizioso e urgente, è di definire indicatori capaci di misurare il benessere dei trasportatori nel settore logistico. Non è solo una sfida accademica, ma un’urgenza sociale. Perché solo ciò che si misura si può gestire e migliorare.
«Il benessere va analizzato in chiave olistica perché è un concetto multi dimensionale, come la felicità – osserva il professore –. Diventa dunque difficile identificare come persone felici quegli autisti costretti a passare il proprio tempo libero in aree prive di spazi e di servizi in grado di offrire loro attenzione». Tale evidenza è sottile ma rilevante, soprattutto se si considera che la normati va definisce il riposo come «disposizione libera del proprio tempo». Tuttavia, quando la sosta avviene in luoghi inadeguati, privi di spazi e servizi dignitosi, questa libertà è solo teorica: non si può parlare di reale disposizione del proprio tempo privato se si è obbligati a trascorrerlo in un’area chiusa, anonima e priva di qualunque opportunità per il benessere personale.

Il progetto di ricerca di De Giovanni è complesso ma stimolante, perché richiede l’individuazione e la valutazione di elementi profondamente legati alla dimensione individuale del trasportatore. Per affrontare questo tema, lo studio analizza il progetto di Ronchis, l’area di sosta che Padrosa Group sta realizzando insieme a Kontractor by Kopron, concepita non solo come infrastruttura al servizio dei trasportatori, ma come modello ispiratore per la progettazione futura di spazi sempre più orientati al benessere delle persone e alla qualità del tempo trascorso in sosta. Come evidenza lo studio, la situazione attuale è critica: in Europa, il 90% delle aree di sosta per camion non soddisfa nemmeno gli standard minimi in termini di sicurezza, igiene e servizi essenziali. Le poche aree certificate, poi, sono concentrate in zone circoscritte — prevalentemente Belgio, Nord Italia e regione dei Pirenei — lasciando ampi spazi del continente privi di soluzioni adeguate.
«Misurare la qualità delle aree di sosta diventa fondamentale – precisa De Giovanni – perché un’area di sosta non è solo un semplice parcheggio per camion, ma uno spazio che incide profondamente sul benessere psicofisico dei conducenti, sulla loro sicurezza e, in ultima analisi, sulla sostenibilità dell’intero sistema logistico».
L’area di Ronchis (Udine) è un parcheggio progettato con una visione umanocentrica, dove innovazione tecnologica e attenzione al benessere personale coesistono. Il professor De Giovanni riconosce nel progetto Ronchis un’iniziativa coraggiosa e lungimirante, capace di tracciare la strada per una nuova generazione di aree di sosta, concepite non solo come parcheggi ma come veri e propri spazi di benessere per i trasportatori. «Ronchis rappresenta il coraggio degli imprenditori – afferma – di investire in un servizio strategico per il settore e fondamentale per chi trascorre gran parte della propria vita al volante». Proprio la struttura friulana mostra come sia possibile ripensare questi spazi in chiave moderna e socialmente sostenibile, mettendo al centro la persona e anticipando esigenze oggi ancora troppo spesso trascurate. Tra i punti di forza presenti spiccano servizi sanitari puliti e funzionali con spogliatoi divisi per genere, zone conviviali come sala TV, un ristorante con 120 coperti e un minimarket: spazi che favoriscono socialità e benessere e che, rispetto al panorama attuale di grave carenza infrastrutturale – come evidenziato anche dal report europeo Study on Safe and Secure Parking Places for Trucks – rappresentano un chiaro passo avanti.
«Ricordiamoci – sottolinea De Giovanni – che gli autisti reputano di valore servizi che per il resto del mondo sono dati per scontati». Non mancano la videosorveglianza, il controllo accessi, le aree di emergenza e spazi dedicati alla sicurezza di genere. In questo senso, lo sviluppo di Ronchis può diventare un laboratorio per ulteriori innovazioni: se già oggi garantisce elevati standard di sicurezza, con sistemi di sorveglianza e un punto di emergenza sanitaria, potrebbe domani distinguersi ulteriormente migliorando l’attrattività del settore. «Potrebbe essere un elemento in più per incentivare la presenza femminile in un settore e in luoghi tipicamente maschili – aggiunge De Giovanni – e confermare Ronchis come modello all’avanguardia di inclusione sociale ed equità».
Affinché esempi come questo possano diventare standard diffusi, sarà fondamentale il coinvolgimento attivo di altri attori: sindacati, istituzioni e player di settore – come le compagnie assicurative – che potrebbero promuovere e sovvenzionare l’accesso e l’utilizzo di aree certificate e sicure. Ronchis, dunque, rappresenta non solo un’infrastruttura moderna e accogliente, ma anche un simbolo di come la logistica possa evolvere per mettere finalmente al centro le persone.
Ma investire nel benessere può davvero generare un ritorno economico per le aziende? «Il benessere dei lavoratori – risponde De Giovanni – si traduce in quello dell’intero ecosistema. Avere persone che stanno bene significa meno assenteismo, maggiore fidelizzazione, più produttività; un beneficio che si riflette non solo sul piano economico, ma anche su sicurezza ed efficienza». Il vero salto di qualità, però, non passa solo da investi menti infrastrutturali, ma da una trasformazione della visione a medio e lungo termine: serve iniziare a misurare il benessere per poterlo integrare e migliorare, renderlo il motore propulsore della logistica del futuro.
Il sogno del professore è chiaro: immagina una logistica responsabile che riconosca e valorizzi le persone, dove ogni autista possa sentire che il proprio tempo, il proprio riposo e la propria dignità contano davvero. Serve quindi una logistica misurabile e socialmente sostenibile, supportata da imprese, istituzioni e comunità locali uniti da un unico denominatore: il benessere dei trasportatori.
Questo articolo fa parte del numero di luglio/agosto 2025 di Uomini e Trasporti: un numero che contiene un’ampia inchiesta sulle aree di sosta per camion.
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