Scena 1 – Il cambio al volo
Si apre la portiera, i piedi cercano le scarpe lasciate sull’ultimo gradino.
Lui scende agilmente e rimbalza a terra.
Alle sue spalle il camion è rimasto acceso: la portiera aperta gli ricorda che il tempo è poco.
«Grazie», dice alla moglie, mentre con la mano afferra il borsone con il cambio pulito.
La bacia e le carica nel baule i panni sporchi. Non la fa scendere perché il loro secondo figlio dorme sul sedile posteriore.
«Ciao papà», vocia il primo.
Sorridono.
«Ciao, stai attento», si raccomanda lei.
Entrambi ripartono.
Scena 2 – Galeotto fu un «non caffè»
Dall’altra parte dell’Italia una ragazza, che ha iniziato da poco a guidare, aspetta allo scarico.
Un altro camion si infila nello stallo vicino al suo.
Si guardano per un momento.
«Prendi un caffè?».
Sanno entrambi che non è caffè quella brodaglia che esce dai distributori automatici, ma chiacchierare serve a non stare chiusi in cabina e a tentare di avvicinarsi un po’.
«Che dici, facciamo strada insieme al ritorno?».
«Sì, ti aspetto».
Si nascondono dietro a un timido sorriso.
Scena 3 – «Papà, mi copi? Ho fatto un brutto sogno»
È notte, un bambino scende dal letto in punta di piedi, sgattaiola in studio.
Adora quel pigiama con le navicelle spaziali che si illuminano al buio.
Gira un tasto, afferra il microfono e lo avvicina alla bocca.
«Papà, mi copi?».
«Ciao, che fai sveglio?».
«Ho fatto un brutto sogno e non volevo svegliare la mamma: ho chiamato te che so che sei sveglio… dove sei?».
«Sto passando Milano, mi fai compagnia?».
L’amore, qui, succede così: si infila in un momento veloce prima di una ripartenza; approfitta di un tempo bloccato dall’attesa per una videochiamata con la luce troppo debole per vedersi bene; aspetta le risposte sospese.
«Sei arrivata?».
«Quasi».
E dentro quel «quasi» possono starci ore.
Lo decide il traffico, le deviazioni, gli imprevisti.
Chi fa questo lavoro lo sa.
E lo imparano presto anche le persone che condividono la vita con chi parte.
«Siamo quelli che lasciano», cantavano i Marillion.
Siamo gente che approda e poi riparte. Sempre.
Per noi il linguaggio dell’amore è fatto di gesti che resistono alla stanchezza e provano a riempire la distanza.
C’è chi resta al telefono mentre cerchi parcheggio, chi ti prepara un pasto da portare con te per la settimana, chi capisce perché oggi parli poco, chi ti dice «Ci vediamo a casa!».
Fuori i chilometri scorrono e dentro la cabina le persone diventano casa.
Ha mille forme, qui, l’amore e molto raramente è quella hollywoodiana e dei suoi gesti eclatanti. Al massimo può avere quella di una scatola di cioccolatini presa di notte all’autogrill.
Assume la velocità di un tentativo di arrivare a un appuntamento all’ultimo secondo, riempie la cabina di quella sensazione euforica che ti pervade quando scopri che l’amore è ricambiato, prende il ritmo della canzone che ti ricorda che volto ha quel sentimento.
L’amore, qui, può sembrare un sentimento a metà, che vive nelle enormi crepe. Perché le assenze pesano, le discussioni si bloccano e diventano «Ne parliamo a voce»… Per poi non essere più riprese.
In realtà l’amore, qui, sta tra chi parte e chi resta, in attesa che si incontrino di nuovo.
A volte basta, altre volte no.
In qualche modo, però, si continua a provare come si fa con la strada, quando la trovi chiusa e devi inventarti un altro passaggio.
Perché da qualche parte, prima o poi, raggiungerai la tua destinazione.
In qualche modo ci vediamo a casa.
Siamo quelli che lasciano, è vero, ma non abbandonano.


