Sembra un’idea assurda, quasi surreale, per come oggi siamo abituati a utilizzare questo spazio. Eppure, il 18 settembre 1971 Caterina Capuano e Armando Di Girolamo festeggiarono il loro matrimonio all’Autogrill di Teano Est. Ed evidentemente ne furono anche contenti se nel 2021 sono tornati lì, nel luogo che sancì la loro unione, per celebrare le nozze d’oro. È un fatto di cronaca rosa, eppure documenta la valenza sociologica espressa all’epoca dalle aree di servizio, quella di essere l’emblema di un’Italia immersa nel boom economico e in cui il viaggio rappresentava ascesa sociale, benessere, ampliamento delle possibilità. Condividere in quei luoghi pezzi della propria vita privata equivaleva a connotarsi in modo moderno.
Anche oggi le aree di sosta rimangono una tappa obbligata, la pausa di servizio per chi viaggia. Ma non sono più simbolo di progresso: hanno perso in parte la loro funzione primaria, quella di offrire ristoro, e del tutto la secondaria, di costituire un luogo sociale. Una perdita dovuta alle logiche del consumismo e alla sua incapacità di meravigliare. Ma questo è il finale del film. Per comprenderlo bisogna riavvolgere la pellicola dall’inizio.
L’Italia sospesa sull’asfalto

In Italia, la svolta arriva nel 1947, quando Mario Pavesi apre un piccolo bar con pergolato lungo la Milano-Novara. L’intuizione è semplice: offrire ristoro tramite un pasto e, nel frattempo, vendere propri prodotti. In poco tempo, l’idea diventa un modello adottato da altre marchi dell’alimentazione, come Motta e Alemagna, e trasforma radicalmente il concetto di area di sosta.
Negli anni ’50 entra in gioco l’architettura: Mario Bacciocchi firma nel 1953 la stazione di rifornimento di Piazza Accursio, a Milano, ispirandosi al modello americano di Cleveland. È il preludio a un decennio in cui l’architettura funzionale si fonde con la pubblicità. L’autostrada del Sole e la motorizzazione di massa fanno emergere un’esigenza di riconoscibilità ad alta velocità assecondata dal progetto di Angelo Bianchetti, che nel 1959 firma la Pavesi di Fiorenzuola d’Arda, la prima a ponte in Europa e premiata con la medaglia d’oro al Premio Nazionale della Pubblicità. A lui Laura Graziano ha dedicato il romanzo «L’uomo che inventò l’autogrill» (Lisianthus, 2025).
Il salto concettuale è elevato: l’architetto immagina l’area di sosta come luogo non solo di passaggio, ma di ristoro e socialità, pensato per l’automobilista e non per le auto. Le sue strutture – ne firmerà una decina – erano autentiche sculture funzionali, visibili e riconoscibili e permettevano una gesti one più efficiente, capace di offrire gli stessi servizi in entrambe le direzioni senza duplicare le strutture. Nel capolavoro di Montepulciano (1967), oggi purtroppo demolito, l’edificio sospeso si adatta termicamente alle stagioni: l’architettura diventa risposta al contesto e riflesso della società emergente.
L’autogrill Villoresi Ovest, costruito a Lainate nel 1958, è in tal senso l’esempio più emblematico: rotondo, vetrato, sormontato da un’insegna altissima e da un lampadario centrale in cristallo, il 26 settembre 1960 finisce sulle pagine di Life, rivista americana, come «espressione di un lusso italiano». Nel 1961, Motta risponde con il Motta-grill di Cantagallo, firmato dal bolognese Melchiorre Bega, che replica la struttura a ponte poi ripresa in tutta Europa. Le terrazze panoramiche sul traffico diventano meta domenicale per le famiglie: l’autogrill non è più solo pausa, ma destinazione.
Così le aree di servizio si dotano di ristoranti , pasticcerie, fiorai, parrucchieri, uffici postali, sportelli bancari, spazi per libri e souvenir. Alcune includono anche autolavaggi, officine, vendita di ricambi. Il salto è epocale: da luogo tecnico a spazio pubblico, da sosta obbligata a piccolo universo quotidiano.

Il tramonto del mito
Nel 1970 la rete autostradale italiana supera i 3.900 km, le stazioni attive sono più di 200. Il settore della ristorazione sembra poter godere di crescita continua, ma i tre colossi – Motta, Pavesi e Alemagna – entrano in crisi e, rilevati dall’IRI, confluiscono in una nuova entità: Autogrill S.p.A.
In Europa, nel frattempo, si affermano modelli alternativi. Le aires francesi si integrano nel paesaggio, con spazi per picnic e servizi alle famiglie. Le Raststätte tedesche puntano su efficienza, pulizia e logica gestionale. In Inghilterra, sulla M1, la Watford Gap – oggi demolita e ricostruita – ospita i concerti di Beatles, Jimi Hendrix e Rolling Stones. Tutti modelli meno estetici ma più resilienti, orientati all’esperienza più che all’impatto visivo.
L’epoca della standardizzazione
Dagli anni ’80 in poi si diffondono i prefabbricati, i modelli ripetitivi, le logiche di efficienza e consumo. Gli autogrill diventano «non-luoghi», secondo la celebre definizione dell’antropologo Marc Augé: spazi della modernità accelerata, iperconnessa e impersonale, in cui non si sviluppano relazioni, non si costruisce identità, non si produce memoria collettiva.
Già nel 1969 la circolare 9540 introduce la nuova segnaletica standard: le icone diventano parte del linguaggio mentale italiano e la strada paesaggio organizzato e codificato. Tutto si fa più rapido e funzionale, ma anche più impersonale. D’altra parte «un nonluogo – scriveva Augé – è uno spazio che non può essere definito né come identitario, né come relazionale, né come storico».

Dagli anni ’90 a oggi
Arriviamo nel presente e all’idea attuale di area di sosta. Negli anni ’90, il traffico autostradale aumenta e l’infrastruttura si consolida. Le aree di sosta italiane iniziano un lento ma costante processo di normalizzazione e il mito architettonico lascia il posto a una gestione centralizzata, più orientata a logiche di efficienza e profitto. Nel frattempo, le esigenze del trasporto su gomma contribuiscono a ripensare anche i servizi offerti. Le aree Cargo, nate in Germania e replicate in Francia, iniziano a comparire anche in Italia: spazi dedicati ai camionisti con docce, lavanderie, sale relax, controllo accessi. In alcuni casi, come nel progetto europeo Truck Park o nelle nuove stazioni olandesi lungo l’A16, si parla addirittura di benessere psico-fisico per chi lavora su gomma. In Italia, il processo è più timido, ma presente. Per il resto lo spazio si fa anonimo, cancellando terrazze, linee futuristiche, dettagli di lusso e facendo posto a neon freddi, catene globali, scaff ali di snack.
Ci sono eccezioni, espresse da ristrutturazioni che provano a trattenere un’anima. A poche centinaia di metri dal suo precedente storico, la Villoresi Est nata nel 2013, ospita una cupola futuristica ecosostenibile, premiata con il Design for All Award nel 2015, e integra fotovoltaico, geotermia e materiali riciclabili. Un’eccezione in un panorama dominato dalla standardizzazione, che rende difficile, oggi, distinguere un’area di servizio sulla A1 da una sulla A4: le concessioni vengono riassegnate periodicamente, i marchi cambiano, ma le strutture si somigliano.
Rimpiangere l’area con il lampadario in cristallo non serve; sarebbe utile, invece, riscoprire la radice originaria di questi luoghi, quella di offrire ristoro, dignità, bellezza anche in mezzo all’asfalto. E se è vero che oggi nessuno si sposerebbe in un Autogrill, è anche vero che lì qualcosa si è legato per sempre: il nostro modo di attraversare il tempo.
Questo articolo fa parte del numero di luglio/agosto 2025 di Uomini e Trasporti: un numero che contiene un’ampia inchiesta sulle aree di sosta per camion.
Sfoglia il numero di luglio/agosto
Abbonati alla rivista: https://www.uominietrasporti.it/abbonamento/


