Il confronto tra Amazon e l’Antitrust italiano, oggi approdato al Consiglio di Stato, viene raccontato come la difesa del mercato da un colosso globale accusato di abuso di posizione dominante. Ma c’è un equivoco di fondo: Amazon non è la causa del problema, è la conseguenza di un mercato logistico che non è mai stato costruito.
Amazon non ha “falsato” il mercato. Ha occupato uno spazio che gli stakeholder hanno lasciato colpevolmente vuoto.
Quando un ecosistema logistico non è in grado di garantire qualità, affidabilità, trasparenza e continuità del servizio, qualcuno prima o poi integra, organizza e governa. Amazon lo ha fatto. Altri, semplicemente, hanno subito.
Il nodo sollevato dall’Antitrust – il self-preferencing legato alla logistica FBA – è reale. Ma va letto per quello che è: il sintomo di una filiera debole, non la prova di un disegno criminale. In un mercato maturo, l’integrazione verticale stimola concorrenza e innovazione. In un mercato fragile, diventa una scorciatoia che accentua gli squilibri.
IL CONTESTO LEGALE
- Autorità coinvolta: AGCM – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust italiana)
- Multa: 1,1 miliardi di euro
- Motivo: presunto abuso di posizione dominante e pratiche di self-preferencing legate al servizio logistico FBA di Amazon
- Stato del procedimento: il caso è ora al Consiglio di Stato per il giudizio finale
- Posizione di Amazon: il colosso sostiene di non aver falsato il mercato e di aver agito in uno spazio lasciato libero dal sistema logistico nazionale
La vera domanda non è se FBA sia opzionale sulla carta, ma se lo sia nella pratica.
Quando visibilità, accesso ai grandi eventi commerciali e possibilità di competere dipendono da una scelta logistica, la libertà è solo formale. E questo è un problema di mercato, non di tecnologia.
Ma fermarsi qui è comodo. Perché evita di affrontare la questione più scomoda: la responsabilità dei caricatori e più in generale dell’industria e della distribuzione italiana.
Per anni, grandi e piccoli committenti hanno trattato la logistica come un costo da comprimere, non come un’infrastruttura strategica. Hanno premiato il prezzo più basso, non la qualità; la velocità, non la sostenibilità; la disponibilità immediata, non la solidità industriale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un mercato frammentato, sotto-capitalizzato, con margini insufficienti per investire, innovare e tutelare il lavoro. In questo contesto, la compressione dei costi non scompare: si scarica sui lavoratori, sulle condizioni operative degli autisti, sulla sicurezza, sulla legalità. E alla fine ricade anche sui consumatori, che diventano sempre più dipendenti da pochi grandi orchestratori capaci di “far funzionare le cose”.
Pensare che una maxi sanzione possa risolvere questo problema è un’illusione.
Le multe non costruiscono ecosistemi. Non rendono il mercato più equo. Non proteggono il lavoro. Non responsabilizzano la committenza. Amazon pagherà – o non pagherà – e continuerà a operare. Il sistema, se resta com’è, continuerà a inseguire.
Il paradosso è evidente: difendiamo la concorrenza senza aver mai costruito un mercato.
Interveniamo quando gli equilibri sono già saltati, invece di definire regole chiare a monte: criteri di accesso trasparenti, responsabilità condivisa lungo la filiera, standard minimi di qualità e di tutela del lavoro.
Se caricatori e fornitori non si assumono la responsabilità di costruire insieme un mercato logistico etico, equo ed efficiente, continueremo a muoverci sempre nello stesso schema: grandi operatori che integrano, autorità che sanzionano, lavoratori che pagano il prezzo più alto, consumatori che perdono alternative.
Il caso Amazon non è un’eccezione.
È il risultato prevedibile di un sistema che ha rinunciato a governare la logistica come infrastruttura economica e sociale del Paese.
E finché questo non cambierà, potremo anche vincere qualche causa.
Ma perderemo per sempre l’opportunità di sviluppare un mercato della logistica a servizio dello sviluppo del Paese.
LE REPLICHE IN BREVE
| critica percepita | interpretazione di Marciani |
| Amazon accusata di abuso di posizione dominante | Non è la causa del problema, ma la conseguenza di un mercato logistico non costruito |
| Self-preferencing FBA | Sintomo di una filiera debole, non prova di disegno criminale |
| Mercato italiano fragile | Ecosistema frammentato, sotto-capitalizzato, con margini insufficienti per innovare e tutelare il lavoro |
| Multe e sanzioni | Non risolvono il problema: non costruiscono ecosistemi né responsabilizzano i committenti |
| Comportamento dei caricatori / industria | Hanno trattato la logistica come costo da comprimere, premiando prezzo basso invece di qualità e sostenibilità |
| Effetti sulla filiera | Compressione dei costi ricade su lavoratori e consumatori; pochi grandi operatori diventano imprescindibili |
| Soluzione secondo Marciani | Costruire regole chiare, criteri di accesso trasparenti, responsabilità condivisa e standard minimi di qualità lungo tutta la filiera |
| Considerazione finale | Il caso Amazon non è un’eccezione: riflette un sistema che non governa la logistica come infrastruttura economica e sociale |


