In questi giorni il dibattito sui tempi di attesa al carico e scarico si è riacceso. L’indagine di Assotir ha evidenziato una bassa applicazione dell’indennizzo previsto dalla legge. Massimo Marciani ha richiamato l’attenzione sullo squilibrio di filiera e sulla necessità di evitare un approccio puramente sanzionatorio.
Sono riflessioni utili. Ma credo sia necessario aggiungere un elemento ulteriore. La norma oggi esiste. È chiara. È inderogabile. Prevede un indennizzo oltre i 90 minuti di attesa. Non è una disposizione vaga o simbolica. È uno strumento concreto che il legislatore ha messo a disposizione del settore. E allora la domanda che dobbiamo porci, con serietà, è un’altra: stiamo utilizzando questo strumento?
Come FIAP abbiamo avviato un Osservatorio permanente sulla norma. I dati che stiamo raccogliendo su un campione ampio mostrano una realtà più articolata rispetto a letture semplificate. In molti casi l’indennizzo non viene richiesto. In altri viene compensato in tariffa. In altri ancora mancano contratti chiari sui tempi o sistemi di tracciabilità oggettiva dell’arrivo. Questo non è un giudizio. È un dato.
Se uno strumento non viene attivato, difficilmente può produrre effetti.
Se non viene documentato l’orario di arrivo, diventa complesso dimostrare l’attesa.
Se nei contratti non si disciplinano tempi certi di carico e scarico, lo spazio di incertezza aumenta.
In Europa, dove il tema è presente da anni, la risposta non è stata solo repressiva. In Francia si impone la contrattualizzazione dei tempi. In Germania esiste un diritto economico “di default” per l’attesa. In Spagna l’indennizzo è previsto da tempo, ma la sua efficacia dipende dalla capacità delle imprese di attivarlo. Il filo conduttore è uno: responsabilità e organizzazione.
Abbiamo coinvolto l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per verificare eventuali squilibri sistemici e garantire corretto funzionamento competitivo. È un passaggio istituzionale importante. Ma nessuna Autorità può sostituirsi alla responsabilità imprenditoriale. Se il settore vuole che la norma sia incisiva, deve prima dimostrare di volerla applicare.
Attenzione: dichiarare pubblicamente che “la norma non funziona” rischia di produrre un effetto opposto. Si indebolisce lo strumento, si alimenta l’idea che sia inefficace e si crea un clima di conflitto che non giova a nessuno. E il trasporto non ha bisogno di contrapposizioni sterili con la committenza, ma di partnership solide e mature.
La questione non è scaricare responsabilità sul cliente o sul mercato. La questione è rafforzare la nostra capacità negoziale, organizzativa e contrattuale. Prima di chiedere nuove leggi o nuove sanzioni, dobbiamo chiederci con onestà: abbiamo fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità per utilizzare quella che già esiste?
La norma sui tempi di attesa non è un’arma. È uno strumento. E uno strumento funziona solo se chi lo possiede decide di usarlo con metodo, disciplina e determinazione.
Mi rivolgo direttamente agli imprenditori del trasporto: se vogliamo che il settore sia rispettato, dobbiamo per primi dimostrare maturità. Dobbiamo contrattualizzare meglio, documentare meglio, far valere con coerenza ciò che la legge ci riconosce.
Nessuna Autorità potrà sostituirsi alla nostra responsabilità. Nessuna sanzione potrà compensare una mancanza di organizzazione. Nessuna norma sarà efficace se noi per primi la consideriamo solo un titolo. La credibilità del settore non si costruisce denunciando che “la legge non funziona”. Si costruisce dimostrando che sappiamo applicarla.
Come FIAP continueremo a difendere gli interessi delle imprese. Ma la forza di una rappresentanza dipende anche dalla forza e dalla consapevolezza di chi rappresenta.
Il rispetto nel mercato non si chiede. Si esercita. Ed è da qui che dobbiamo ripartire.


