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Balcani in blocco: camion fermi ai confini Schengen, rischio paralisi per le rotte UE–Turchia

Scioperi coordinati di camionisti in Macedonia del Nord, Serbia, Bosnia ed Erzegovina e Montenegro bloccano valichi e terminal verso l’area Schengen. La regola 90/180 e l’EES mettono a rischio il trasporto internazionale su gomma

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Nei Balcani occidentali è in corso una crisi che riguarda direttamente il trasporto su strada europeo. Migliaia di camion sono fermi ai valichi di frontiera per una protesta che denuncia l’applicazione delle regole Schengen agli autisti professionisti come se fossero semplici turisti.

I camionisti di Macedonia del Nord, Serbia, Bosnia ed Erzegovina e Montenegro hanno avviato blocchi coordinati di valichi e terminal merci, colpendo le principali rotte terrestri tra Unione europea, Turchia e Medio Oriente.

Valichi e hub logistici paralizzati

Le proteste hanno interessato contemporaneamente diversi nodi strategici:

  • Macedonia del Nord: blocchi ai principali valichi verso l’UE. A Gevgelija, snodo chiave sull’asse Grecia–Europa centrale, il terminal merci è stato occupato da decine di camion.
  • Serbia: rallentamenti e chiusure ai confini con la Croazia, con code fino a centinaia di metri.
  • Bosnia ed Erzegovina: traffico merci fermo verso l’area Schengen.
  • Montenegro: coinvolto anche il porto di Bar, hub logistico sull’Adriatico.

Secondo le associazioni di categoria, l’azione coinvolge decine di migliaia di mezzi. Restano consentiti solo i trasporti essenziali (farmaci, emergenze, animali vivi, merci pericolose).

Il nodo normativo: regola 90/180 ed EES

Alla base della protesta c’è l’applicazione rigorosa della regola dei 90 giorni su 180 nell’area Schengen, resa ancora più stringente dall’introduzione del nuovo Entry/Exit System (EES).

Con l’EES, ingressi e uscite vengono registrati digitalmente tramite dati biometrici, eliminando ogni margine di interpretazione. Per gli autisti impegnati su tratte internazionali ricorrenti, il limite di permanenza viene raggiunto rapidamente, con il rischio di:

  • fermi alla frontiera,
  • detenzioni temporanee,
  • espulsioni,
  • impossibilità di rientrare in Schengen per mesi.

Negli ultimi mesi sono aumentati i casi di conducenti bloccati e sostituiti d’urgenza, con impatti economici diretti per le aziende.

Controlli disomogenei e costi in crescita

I vettori denunciano un’applicazione non uniforme delle regole nei diversi Stati membri. In alcuni Paesi i controlli sono particolarmente severi, con conseguenze operative immediate.

Il fermo di un conducente comporta spesso:

  • invio di un secondo autista,
  • assistenza legale,
  • ritardi nelle consegne,
  • penali contrattuali.

Costi che ricadono sull’intera filiera logistica, non solo sulle imprese balcaniche ma anche sui partner dell’Unione europea.

«Non chiediamo privilegi, ma di poter lavorare»

I manifestanti chiariscono che la protesta non è contro i controlli di frontiera, ma contro l’equiparazione degli autisti professionisti ai turisti.

Le richieste principali sono:

  • esenzione dalle regole di soggiorno pensate per i visitatori,
  • introduzione di visti di lavoro dedicati,
  • soluzioni specifiche già adottate in Paesi come la Svizzera.

Secondo il settore, senza correttivi normativi il rischio è l’abbandono della professione e il ridimensionamento strutturale del trasporto su strada nella regione.

Pressioni politiche e rischio sistemico

La Commissione europea ha dichiarato di monitorare la situazione, mentre nei Balcani cresce la pressione politica. In Macedonia del Nord, il ministro dei Trasporti Aleksandar Nikoloski ha espresso sostegno ai vettori, definendo i blocchi un segnale diretto ai Paesi Schengen.

Tra le soluzioni discusse:

  • rinvio dell’EES per i conducenti,
  • aumento dei giorni di permanenza consentiti,
  • creazione di uno status giuridico specifico per gli autisti professionisti.

Un problema regionale che riguarda tutta l’UE

Oltre il 60% del commercio dei Balcani occidentali è diretto verso l’Unione europea. I corridoi terrestri che attraversano l’area rappresentano un asse fondamentale per industria, agroalimentare e transito internazionale.

Il protrarsi dei blocchi rischia di trasformare una crisi regionale in un problema strutturale per il trasporto europeo, con effetti su costi, tempi di consegna e affidabilità delle rotte UE–Turchia. in un problema europeo del trasporto su gomma.

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