A Roma si definiscono gli ultimi dettagli del decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri, in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Ma sulle strade del Mezzogiorno la situazione resta complicata. Perché se le organizzazioni dell’autotrasporto hanno accolto positivamente gli interventi del Governo e una parte dei manifestanti ha deciso di ritirare i blocchi, altrove la protesta continua. E dove i presìdi impediscono la circolazione delle merci, sono ormai le forze dell’ordine a intervenire per consentire ai camion di ripartire.
La situazione è in movimento e, soprattutto, non è uniforme. Ci sono autostrade e caselli liberati dalla polizia, aree industriali dove permangono i presìdi, territori nei quali le associazioni hanno dichiarato concluso il fermo e gruppi di trasportatori che non riconoscono gli accordi raggiunti.
Intanto, dopo quasi una settimana di interruzioni delle forniture, il conto comincia ad arrivare. Non soltanto ai supermercati o ai distributori rimasti senza carburante, ma anche alle grandi industrie che dipendono da catene di approvvigionamento continue.
Atessa, i blocchi fermano la fabbrica dei furgoni
Il caso più emblematico è quello dello stabilimento Stellantis di Atessa, in Abruzzo, uno dei maggiori poli europei per la produzione di veicoli commerciali leggeri, dove nascono tra gli altri i Fiat Ducato.
Qui la crisi dei trasporti si è trasformata in una crisi produttiva. Il mancato arrivo di componenti provenienti da stabilimenti del Sud Italia ha costretto l’azienda a sospendere ripetutamente le attività.
Già il 19 ottobre era saltato un turno produttivo per l’assenza di materiali come specchietti, centraline, lunotti e, soprattutto, componenti insonorizzanti prodotti dalla Adler di Bitonto, in Puglia. Un dettaglio apparentemente marginale, ma decisivo: mentre alcuni componenti possono essere installati in una fase successiva, altri devono necessariamente essere montati durante l’assemblaggio. Quando non arrivano, la linea si ferma.
La situazione è peggiorata nei giorni successivi. Mercoledì 21 ottobre sono stati sospesi tutti e tre i turni, fatta eccezione per alcune attività di completamento e per il reparto CKD. La direzione ha inoltre annunciato il fermo del primo turno e di quello centrale di giovedì 22 ottobre, con richiesta di cassa integrazione ordinaria per le fermate della giornata.
Secondo le stime sindacali raccolte dalla stampa locale, ogni turno sospeso può significare circa 280 furgoni non prodotti. Lo stabilimento e il suo indotto coinvolgono complessivamente circa 10.000 addetti.
Non ci sono ancora elementi sufficienti per stabilire quando la produzione potrà tornare completamente regolare. Ma quanto accaduto ad Atessa rende evidente una caratteristica dell’industria moderna: non serve bloccare fisicamente una fabbrica per interromperne l’attività. Basta fermare, anche a centinaia di chilometri di distanza, i camion che trasportano i componenti indispensabili.
La Doria ferma sette stabilimenti
Atessa non è un caso isolato. Anche l’industria alimentare sta pagando un prezzo elevato.
Antonio Ferraioli, presidente e amministratore delegato di La Doria, uno dei principali produttori italiani di conserve alimentari, ha dichiarato che i sette stabilimenti del gruppo situati nel Mezzogiorno sono rimasti fermi per le difficoltà causate dai blocchi.
Circa metà della forza lavoro è stata collocata temporaneamente in ferie, mentre l’impossibilità di movimentare le merci sta compromettendo sia l’approvvigionamento delle materie prime sia la distribuzione dei prodotti finiti.
Il rischio, sottolineato dall’azienda, non riguarda soltanto la perdita di giornate produttive. Se le consegne non riprendono, i prodotti realizzati negli stabilimenti meridionali possono perdere spazio sugli scaffali della grande distribuzione, sostituiti da forniture provenienti da altre aree.
Anche il comparto lattiero-caseario campano è in difficoltà. Il Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana Dop ha denunciato problemi che investono contemporaneamente l’arrivo del latte fresco e la consegna dei prodotti ai clienti.
La protesta, dunque, comincia a produrre conseguenze economiche che vanno oltre il semplice ritardo delle spedizioni. Interrompe cicli produttivi, mette a rischio merci deperibili e costringe le imprese a riorganizzare attività e personale.
La polizia interviene: liberati diversi accessi autostradali
È in questo contesto che il Viminale ha intensificato le operazioni per ripristinare la circolazione.
Il bilancio diffuso il 21 ottobre parla di 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate amministrativamente. In Campania circa 500 camion sono stati scortati dalle forze dell’ordine per consentire lo svolgimento delle operazioni di trasporto e di carico e scarico.
Gli interventi hanno interessato soprattutto la provincia di Caserta, dove sono stati rimossi presìdi in prossimità degli accessi autostradali, compresi quelli di Caserta Sud e Santa Maria Capua Vetere. Operazioni analoghe hanno consentito di liberare altri punti della rete stradale campana.
Non si tratta però di uno sgombero generalizzato. Nelle aree industriali interne, e in particolare nei territori interessati dalle grandi piattaforme logistiche, sono rimasti gruppi di manifestanti. Nel corso della mattinata del 22 ottobre sono state ancora segnalate criticità a Caianello, lungo l’A1, e allo svincolo di Nocera-Pagani sull’A30, mentre altri presìdi risultano progressivamente ridimensionati.
Le operazioni si svolgono in un clima non sempre tranquillo. Nel Casertano sono state raccolte segnalazioni di pneumatici forati e danneggiamenti ai camion di autotrasportatori che avrebbero voluto riprendere il lavoro. In alcune circostanze, dunque, gli autisti rimasti fermi non erano necessariamente aderenti alla protesta, ma persone impossibilitate a proseguire il viaggio.
Un elemento che rende ancora più delicata la distinzione tra il diritto a manifestare e il diritto degli altri operatori a continuare a lavorare.
Napoli, le conseguenze si allargano ai servizi essenziali
In Campania la situazione è particolarmente difficile per l’effetto combinato dei blocchi ai trasporti e della crescente scarsità di carburante. A Napoli e in provincia si sono registrate lunghe code davanti ai distributori ancora riforniti, mentre diversi impianti hanno esaurito benzina e gasolio. I disagi investono anche il trasporto pubblico. L’Eav ha annunciato riduzioni dei servizi automobilistici per la difficoltà di approvvigionare i mezzi, mentre altre aziende del trasporto regionale hanno segnalato problemi analoghi.
La carenza di carburante rischia inoltre di compromettere la continuità dei servizi sanitari e dei collegamenti marittimi con le isole. Negli aeroporti di Napoli e Salerno sono state segnalate limitazioni alle disponibilità di carburante per gli aerei, tanto da richiedere specifiche precauzioni nei rifornimenti dei voli.
Anche la raccolta dei rifiuti è stata interessata dalle difficoltà logistiche, alimentando le preoccupazioni delle amministrazioni locali.
È una situazione nella quale il blocco delle merci finisce per condizionare attività che non appartengono direttamente al settore dell’autotrasporto, ma che da esso dipendono quotidianamente.
Sicilia, revoche ufficiali ma non tutti ripartono
In Sicilia la situazione presenta un’altra particolarità: la progressiva revoca dei blocchi non coincide necessariamente con la fine di tutte le proteste. Il Comitato Trasportatori Siciliani, guidato da Salvatore Bella, aveva già annunciato il 20 ottobre la ripresa dei servizi dopo il confronto con il ministro Matteo Salvini, mantenendo tuttavia lo stato di agitazione.
L’Aias di Giuseppe Richichi aveva inizialmente assunto una posizione diversa, decidendo di continuare la mobilitazione. Una scelta emersa anche da un’assemblea all’Interporto di Catania, mentre rimanevano presìdi a San Gregorio, lungo l’autostrada Messina-Catania, e nell’area del porto di Palermo. La svolta è arrivata nella tarda serata del 21 ottobre, al termine di un incontro in Prefettura a Catania. Richichi ha annunciato la revoca dei blocchi dopo aver ottenuto rassicurazioni sulla partecipazione dell’Aias ai tavoli nazionali di confronto.
Ma la decisione delle organizzazioni non equivale automaticamente alla cessazione di ogni protesta sul territorio. A Gela, lungo la statale 117 bis che collega la città a Catania, decine di mezzi pesanti risultano ancora fermi nel pomeriggio di giovedì 22 ottobre. Gli autotrasportatori presenti al presidio contestano l’idea che la vertenza sia già risolta. Sostengono che gli stanziamenti annunciati ripropongano in buona parte risorse precedentemente promesse e che il prezzo del gasolio continui a rendere insostenibile il loro lavoro.
Quanto a Catania, le cronache del 21 ottobre avevano documentato difficoltà anche nell’area portuale e interportuale. Dopo la revoca annunciata nella notte, non è stato ancora possibile verificare indipendentemente l’eventuale permanenza di blocchi all’Interporto nel pomeriggio di oggi.
La ripresa delle consegne ai supermercati di Palermo, Catania e Messina, registrata già dalle prime ore della mattina, costituisce comunque un primo segnale di normalizzazione.
Calabria e Puglia, una ripartenza a velocità diverse
In Calabria la Fedralog ha deciso di sospendere la protesta, dichiarando di voler dare fiducia al confronto con il Governo. La scelta ha cominciato a produrre risultati concreti: nella giornata del 22 ottobre sono riprese le consegne di frutta, verdura e altri prodotti alimentari ai supermercati, anche se con una distribuzione ancora irregolare. Si stanno gradualmente ripristinando anche i rifornimenti dei carburanti. Restano da assorbire, però, gli effetti dei giorni precedenti, quando la carenza aveva interessato numerosi distributori e perfino gli aeroporti di Crotone e Reggio Calabria.
In Puglia la situazione appare meno definita. I rappresentanti degli autotrasportatori autonomi hanno annunciato soltanto una revoca parziale dei blocchi, in attesa di risposte considerate sufficientemente concrete. La mobilitazione coinvolge inoltre gli agricoltori, particolarmente colpiti dall’aumento dei costi del carburante e dalle difficoltà di movimentare i prodotti. Il quadro conferma che la protesta non ha un’unica regia e non può essere considerata conclusa soltanto perché alcune organizzazioni hanno deciso di sospenderla.
Un decreto non basta a far ripartire i camion
Il decreto approvato il 22 ottobre introduce nuovi interventi economici e normativi, mentre le principali associazioni dell’Albo hanno espresso apprezzamento per la rapidità delle decisioni governative. Ma tra il provvedimento approvato a Roma e la ripresa della circolazione delle merci rimane una distanza che non può essere colmata soltanto con gli annunci.
Le imprese che hanno ottenuto rassicurazioni e deciso di tornare al lavoro devono poter effettivamente ripartire. Quelle che continuano a manifestare chiedono di verificare la disponibilità concreta delle risorse e gli effetti delle misure sui propri bilanci.
Nel frattempo, la pressione sui settori produttivi ha raggiunto livelli tali da rendere sempre più urgente il ripristino delle normali attività logistiche. La protesta sta cambiando forma: meno blocchi sulle grandi arterie, una progressiva ripresa delle consegne in alcuni territori, ma anche presìdi che resistono e situazioni locali ancora da risolvere. E soprattutto lascia dietro di sé danni economici che non scompariranno nel momento in cui l’ultimo camion tornerà a muoversi.
Perché una strada si può liberare in poche ore. Recuperare giorni di produzione persi, ordini non evasi e forniture interrotte richiederà inevitabilmente più tempo.


