Veicoli - logistica - professione

HomeProfessioneLogisticaIl costo dell’inerzia: perché l’Italia subisce la logistica globale

Il costo dell’inerzia: perché l’Italia subisce la logistica globale

Il discorso del primo ministro canadese, Mark Carney, pronunciato a Davos è un monito: l’ordine internazionale basato sulle regole è finito. Per un Paese che vive di catene globali, continuare a considerare la logistica un semplice costo è pericoloso. L’Italia deve smettere di subire e iniziare a governare la filiera come leva di potere economico e geopolitico

-

Il discorso di Mark Carney a Davos ha un pregio raro: non consola nessuno. Dice chiaramente che l’ordine internazionale basato sulle regole è finito e che continuare a comportarsi come se fosse ancora in piedi non è realismo, ma autoinganno.

In Italia, questo messaggio dovrebbe suonare come un campanello d’allarme. Perché siamo uno dei Paesi che più dipendono dalla logistica globale, ma anche uno di quelli che la trattano ancora come una questione tecnica, quasi neutrale. Una funzione di servizio. Un costo da comprimere. È una lettura comoda. Ed è sbagliata.

Dazi, standard, piattaforme digitali, concentrazione degli operatori, controllo dei dati: oggi la logistica è una leva di potere economico e geopolitico. Chi controlla i nodi, le regole e le informazioni decide chi entra, chi resta fuori e a quali condizioni.

Continuare a raccontarci che «il mercato si autoregola» equivale a fare quello che Václav Havel descriveva con il fruttivendolo: esporre un cartello in cui non si crede, solo per evitare problemi. Il nostro cartello dice: la globalizzazione conviene sempre, basta adattarsi.

Non è più vero. E adattarsi senza strategia significa solo subire.

Non siamo una superpotenza. Ma non siamo neppure marginali. Siamo una piattaforma manifatturiera ed export-oriented che vive di catene del valore complesse. Questo ci rende vulnerabili quando le regole saltano, ma anche potenzialmente influenti se smettiamo di agire in ordine sparso.

Il problema è che ci muoviamo ancora come se qualcun altro dovesse decidere per noi: le regole le fanno altri, gli standard li definiscono altri, le piattaforme le controllano altri.

Noi, al massimo, discutiamo di come “difenderci”.

Non è sovranità. È messa in scena della sovranità.

Se accettiamo che il mondo sia cambiato, allora servono scelte immediate. Non tavoli infiniti, non documenti programmatici. Decisioni.

Primo: smettere di trattare la logistica come un costo e iniziare a governarla come una politica industriale.

Infrastrutture, dati, piattaforme e regole non sono neutrali. O li governi tu o lo farà qualcun altro, contro di te. Continuare a finanziare pezzi senza una visione significa regalare valore lungo la filiera.

Secondo: rompere l’opacità strutturale della filiera.

Prezzi schiacciati, tempi scaricati sugli autisti, responsabilità che evaporano a ogni passaggio. Una filiera opaca è fragile. E una filiera fragile è ricattabile. Chi parla di efficienza senza parlare di responsabilità sta solo spostando il problema più in basso.

Terzo: costruire alleanze operative europee, non dichiarazioni di principio.

Standard comuni sui dati, interoperabilità reale, regole condivise. Senza questo, l’Europa resterà un grande mercato aperto governato da altri. E l’Italia continuerà a competere al ribasso per essere «più accomodante».

Continuare a fingere il contrario non ci rende prudenti, ci rende inermi. Per un Paese come l’Italia, la logistica non è un tema tecnico: è una questione di potere economico, di lavoro, di posizione internazionale. Chi non lo capisce oggi lo subirà domani.

La nostalgia non è una strategia. L’attesa nemmeno.

È tempo di togliere il cartello dalla vetrina e chiamare la realtà con il suo nome. Anche se dà fastidio. Anche se rompe qualche equilibrio. Perché gli equilibri che si rompono da soli, di solito, lo fanno nel modo peggiore.

-

close-link