HomeProfessioneFinanza e mercatoHapag-Lloyd, per prendersi ZIM deve lasciare il timone a Israele

Hapag-Lloyd, per prendersi ZIM deve lasciare il timone a Israele

L’operazione da 4,2 miliardi di dollari incontra una forte resistenza in Israele per il timore di perdere il controllo su un’infrastruttura considerata strategica. La nuova proposta tedesca prevede una ZIM israeliana controllata dal fondo FIMI, una società separata con 16 navi e nuove garanzie sulle rotte e sui carichi sensibili

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Hapag-Lloyd vuole ZIM, ma ha scoperto che per comprarla deve prima convincere Israele a lasciargliela comprare. È questo il nodo attorno al quale si sta giocando l’ultima fase dell’operazione da 4,2 miliardi di dollari annunciata dal gruppo tedesco: non una semplice acquisizione industriale, ma una partita nella quale la sicurezza nazionale israeliana pesa quanto la logica del mercato.

Il problema è noto da quando Hapag-Lloyd ha presentato l’offerta. ZIM è una compagnia privata, ma per Israele rappresenta anche un’infrastruttura strategica per mantenere collegamenti marittimi con il resto del mondo. Il governo dispone inoltre di una golden share, che gli attribuisce diritti speciali sulla società. L’ipotesi che il controllo passasse a un gruppo straniero ha quindi provocato l’opposizione dei lavoratori ZIM e di alcuni esponenti del governo, compreso il ministro della Difesa Israel Katz.

La risposta di Hapag-Lloyd è stata quella di ridisegnare l’operazione senza rinunciarvi. La nuova proposta prevede che ZIM diventi una società interamente israeliana controllata da FIMI, uno dei principali fondi di private equity israeliani. In parallelo, FIMI rileverebbe un ramo scorporato di ZIM comprendente 16 navi, che verrebbe trasformato in una nuova società denominata ZIM Israel.

È il dettaglio che rende l’operazione particolarmente interessante: Hapag-Lloyd può puntare all’acquisizione del gruppo, mentre Israele conserva un proprio vettore direttamente controllato su cui fare affidamento per garantire i collegamenti marittimi considerati essenziali.

E non si tratta soltanto di una questione societaria. Nelle trattative con i ministeri israeliani dell’Economia, delle Finanze e della Difesa, Hapag-Lloyd ha accettato di rafforzare i collegamenti fra Israele e l’Asia e di introdurre ulteriori protezioni per impedire interferenze straniere nel trasporto di carichi sensibili.

Cambia anche una delle protezioni sull’azionariato. Oggi un singolo investitore straniero può arrivare fino al 24% di ZIM senza dover informare preventivamente il governo israeliano. Hapag-Lloyd propone di abbassare quella soglia al 10%, proprio per limitare la possibilità che un soggetto estero possa acquisire una posizione rilevante senza il controllo delle autorità. FIMI, dal canto suo, si impegnerebbe a non quotare ZIM Israel su una borsa estera.

Il compromesso deve ora essere valutato dal governo israeliano. La proposta modificata dovrebbe arrivare al gabinetto entro la fine di settembre. Solo dopo questo passaggio potrà diventare più chiaro se l’operazione riuscirà a superare l’ultimo ostacolo politico.
Per Hapag-Lloyd la posta in gioco è notevole. L’acquisizione di ZIM serve a rafforzare ulteriormente il gruppo tedesco nel trasporto container e a consolidarne la posizione tra i grandi operatori mondiali. Ma la vicenda dimostra anche quanto il trasporto marittimo stia diventando difficile da separare dalle questioni di sicurezza, sovranità e controllo delle infrastrutture strategiche. In fondo, Israele manda un messaggio abbastanza semplice: potete comprare ZIM, ma non potete comprare anche la possibilità di decidere da soli che cosa ZIM debba significare per Israele. Hapag-Lloyd, per chiudere l’operazione, sembra averlo capito. E ora prova a trasformare quello che sembrava un veto in un compromesso: la proprietà può cambiare bandiera, ma una parte del timone deve restare israeliana.

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