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EDITORIALE | Le radici sovraniste dell’autotrasporto

Più passa il tempo e più mi convinco che l’autotrasporto fornisca un alimento nutriente al sovranismo, non soltanto nel nostro Paese ma nell’intero continente. Provo a spiegare in che senso facendo un passo indietro, tornando a quando, dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, l’Europa gioca la carta dell’allargamento a Est un po’ per evitare che i paesi orientali appena usciti dalla cortina dei due blocchi seguissero altre e più pericolose derive politiche, un po’ per crearsi una dote di lavoratori a basso costo con cui accrescere la propria capacità competitiva nella concorrenza con i mercati asiatici.

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A questo scopo le istituzioni comunitarie concedono ai governi di Varsavia, Bucarest o Sofia milioni e milioni di fondi e ottengono a breve un ritorno concreto dell’investimento, sotto forma di una crescita del Pil di questi Stati tra il 5 e il 7% annuo. L’autotrasporto, in questa spinta verso lo sviluppo, è spesso utilizzato come la più facile leva acceleratrice. È evidente, infatti, che paesi sprovvisti di tradizione industriale e di materie prime puntassero soprattutto su servizi, da vendere peraltro a un mercato esteso come il continente. Niente di più normale, quindi, che in un parco circolante europeo da 6,6 milioni di camion, la flotta più consistente, pari a 1,1 milioni, sia oggi detenuta dalla Polonia. Niente di più normale che il rallentamento attuale dell’economia tedesca abbia provocato una frenata parallela dell’autotrasporto polacco.
Le conseguenze sulla politica di tutto questo sono contraddittorie, perché se i fondi europei hanno creato benessere diffuso, allo stesso tempo hanno favorito lo sviluppo di economie fin troppo dipendenti da committenze straniere. La qualcosa è percepita con fastidio da quella parte della popolazione che, seppure beneficia di una migliore condizione di vita, interpreta tale miglioramento come un tradimento delle proprie radici o, peggio, come un asservimento agli interessi di qualcun altro. Ecco perché quando questi cittadini, tra i quali ci sono tantissimi autotrasportatori, si recano alle urne, finiscono per sostenere forze politiche tradizionaliste. A maggior ragione da quando, per far fronte al proliferare della domanda di servizi di trasporto, prima sono stati assorbiti nel settore i tanti autisti immigrati rientrati in patria e poi, anche a causa dei bassi indici di natalità (la Polonia viaggia sugli 1,34 figli per donna), si sono dovute aprire le porte alla manodopera straniera. E quando qualcuno che già sente di tradire le proprie radici, si trova a dover condividere il proprio lavoro con schiere di «diversi» arrivati da un altrove, i pruriti nazionalisti trovano terreno fertile in cui affondare radici.
Da noi le cose sono andate in modo simile con prospettive invertite. Perché l’allargamento dell’Europa verso Oriente ha creato due fenomeni noti ai più: dal punto di vista delle imprese ha indotto in tanti a spostare la propria sede sociale all’estero pur di abbattere costi e fiscalità; dal punto di vista dei lavoratori ha aperto le porte del nostro mercato a distaccati e somministrati, vale a dire a personale che percepisce un livello retributivo analogo a quello previsto dai contratti collettivi, alleggerito però dalla contribuzione sociale e previdenziale, versata nel paese d’origine. Le conseguenze in entrambi i casi sono deleterie perché, per un verso, le imprese rimaste nei territori di origine hanno fatto sempre più fatica a competere con quelle delocalizzate e, per un altro, i dipedenti dell’autotrasporto hanno cominciato a temere che i loro datori di lavoro un domani li avrebbero potuti mandare via per sostituirli con un qualche distaccato meno costoso. Timore peraltro spesso rilevatosi fondato. Nulla di più normale, quindi, che a un certo punto sia le aziende messe in difficoltà dalla competizione al ribasso, sia i lavoratori minati nella certezza del posto a causa della presenza di un qualche bulgaro o rumeno, abbiano iniziato a percepire un’immagine dell’Europa dai contorni negativi. Peggio, hanno iniziato a pensare che l’Unione europea fosse la matrice da cui scaturiscono criticità e incertezze e più in generale i tanti escamotage costruiti a vantaggi dei troppi furbi per arricchirsi sulle spalle dei troppo onesti. E un attimo dopo, neanche troppo fatalmente, anche alle loro orecchie le sirene del sovranismo sono divenute irresistibili.

Daniele Di Ubaldo
Direttore responsabile di Uomini e Trasporti

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