Negli ultimi mesi non guida più. Non per scelta, ma per un evento improvviso che gli ha cambiato la vita: un’ischemia mentre era al volante del suo camion, lungo l’Autostrada del Brennero, all’altezza di Modena, nel novembre del 2024. «All’improvviso non riuscivo più a parlare, non muovevo bene il braccio destro», racconta a Uomini e Trasporti Massimiliano, autista con anni di esperienza alle spalle, che ci ha contattato per raccontare la sua esperienza. Dopo qualche settimana in cui ha provato comunque a continuare a lavorare, è arrivato il ricovero, la diagnosi e l’inizio di un percorso fatto di riabilitazione, controlli e accertamenti.
Oggi sta meglio. Ha recuperato le capacità motorie e cognitive, ha seguito tutte le indicazioni mediche e ha ottenuto certificazioni neurologiche e cardiologiche che attestano la sua idoneità. Eppure, a distanza di più di un anno, è ancora fermo. Senza patente, quindi senza lavoro. Ed è proprio da questo stallo che nasce la sua denuncia.
Il caso di Massimiliano: il percorso per riavere la patente
Il passaggio decisivo è quello che Massimiliano affronta alla Commissione Medica Locale, l’ente che deve valutare l’idoneità per il rilascio della patente di guida nei casi più complessi, come quelli legati a patologie o eventi clinici rilevanti. Un passaggio che, nel suo racconto, si trasforma in un percorso lungo e frammentato, fatto di visite, esami e tempi difficili da sostenere per chi lavora su strada. Tra gli accertamenti che gli vengono richiesti entra anche il tema delle apnee notturne, una condizione – nota come OSAS – che può provocare sonnolenza diurna e quindi rappresentare un potenziale rischio per la sicurezza stradale, motivo per cui viene sempre più spesso indagata nei conducenti professionali. A Massimiliano viene quindi richiesto di sottoporsi a una polisonnografia, l’esame che monitora il respiro durante il sonno.
Si rivolge inizialmente a una struttura privata, per ridurre i tempi di attesa. L’esito parla di una forma grave. Un risultato che lo lascia perplesso e che decide di approfondire attraverso il Servizio sanitario. La seconda valutazione ridimensiona il quadro, parlando di una forma lieve. Nel frattempo, segue comunque l’iter previsto: utilizza una CPAP, ovvero un dispositivo che mantiene aperte le vie respiratorie durante il sonno, si sottopone ai controlli e svolge anche il cosiddetto test di vigilanza, un esame che misura attenzione e tempi di reazione, simulando le condizioni di guida.
«Ho fatto tutto quello che mi è stato chiesto – ci racconta – dai certificati neurologici a quelli cardiologici, fino alle prove sulla reattività alla guida. Ma ogni passaggio richiede tempo, appuntamenti, nuove verifiche». Nel frattempo, la sua vita lavorativa resta sospesa. Da uno stipendio pieno passa alla NASpI, con una riduzione drastica del reddito. «E adesso dovrò capire anche la questione dell’invalidità – aggiunge – perché con la CPAP potrei rientrare in determinate categorie e dovrò confrontarmi con l’INAIL per capire cosa comporta anche rispetto alla patente».
Il paradosso dell’iter
Il punto, però, nel suo racconto va oltre il caso personale. Riguarda un meccanismo che, a suo dire, mette gli autisti davanti a un bivio: seguire l’iter completo, con tempi lunghi e incertezze, oppure cercare scorciatoie più rapide, spesso nel circuito privato. «Se avessi fatto tutto da privato, probabilmente sarei già tornato a lavorare», osserva. È qui che emerge una percezione che, secondo lui, è diffusa tra molti conducenti: quella di un sistema in cui la valutazione finale della Commissione Medica Locale per le patenti si basa prevalentemente sulla documentazione prodotta da specialisti esterni, senza un momento di verifica clinica diretta sul paziente.
Un modello che, nelle intenzioni, punta a garantire un controllo accurato attraverso esami specialistici, ma che nella pratica rischia di tradursi in un percorso lungo, frammentato e difficile da gestire per chi deve tornare rapidamente al lavoro. Da qui nasce, secondo Massimiliano, un effetto collaterale: la tendenza di alcuni autisti a cercare soluzioni più rapide pur di ridurre i tempi.
Il risultato, nel suo racconto, è un paradosso. «Chi prova a fare tutto nel modo corretto rischia di restare fermo per mesi. Chi invece trova la strada più veloce può rientrare prima». Una percezione che si intreccia con un altro elemento critico: la paura, da parte di alcuni conducenti, di segnalare problemi di salute proprio per il timore di perdere il lavoro o di entrare in un iter lungo e incerto.
Tra sicurezza, salute e lavoro
Un tema delicato, che tocca insieme sicurezza stradale e diritto alla salute. Da un lato la necessità, sempre più sentita, di monitorare le condizioni come ad esempio l’apnea ostruttiva del sonno, riconosciuta come fattore di rischio per la guida. Dall’altro, l’impatto concreto che questi controlli possono avere sulla vita professionale di chi guida per lavoro.
Nel caso di Massimiliano, la partita non è ancora chiusa. A distanza di più di un anno e dopo diversi passaggi in Commissione, è in attesa di una nuova valutazione che dovrebbe arrivare a breve e che sarà decisiva per il ritorno al lavoro.
Nel frattempo resta una questione di fondo, che Massimiliano stesso ci pone all’attenzione: «Come garantire controlli rigorosi senza trasformare la prevenzione in un percorso che rischia di allontanare proprio chi dovrebbe essere tutelato? E soprattutto, come evitare che la gestione della propria salute venga vissuta dagli autisti come un rischio per il lavoro – e quindi, in alcuni casi, rimandata o evitata – invece che come uno strumento di tutela per sé e per gli altri utenti della strada?»


