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Tempi di attesa: norma tradita o filiera squilibrata?

La norma c’è: dopo 90 minuti di franchigia, l’attesa si paga 100 euro l’ora. Ma secondo Assotir viene applicata solo dal 6-7% delle imprese. Pressioni, rinunce forzate, timori di ritorsioni. È davvero un fallimento legislativo? Per Massimo Marciani il problema è più profondo: non solo sanzioni, ma riequilibrio strutturale, aggregazione e tracciabilità digitale dei tempi. La partita si gioca sul potere contrattuale e sulla responsabilità condivisa della filiera

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Le evidenze portate in queste settimane da ASSOTIR e da FIAP riportano al centro dell’attenzione un tema reale e non più rinviabile: quello dei tempi di attesa al carico e scarico e del loro impatto economico, organizzativo e sociale sull’intero sistema logistico. Le segnalazioni su pressioni commerciali, richieste di rinuncia agli indennizzi e timori di ritorsioni da parte di alcune imprese di autotrasporto non possono essere ignorate, perché toccano il tema della correttezza dei rapporti di filiera e della piena applicazione delle norme esistenti.

Squilibri contrattuali e fragilità strutturali

È giusto riconoscere che esiste una criticità strutturale. In un mercato caratterizzato da una domanda spesso concentrata e da un’offerta ancora frammentata, il rischio di squilibri contrattuali è concreto, soprattutto per le realtà più piccole. Le difficoltà nel far valere diritti formalmente previsti dalla legge, unite al timore di compromettere rapporti commerciali consolidati, rappresentano un elemento di fragilità che il sistema non può sottovalutare.

Più norme o più equilibrio?

Allo stesso tempo, però, la risposta non può essere esclusivamente quella di irrigidire ulteriormente il quadro normativo o di spostare sempre di più il baricentro verso un intervento diretto dello Stato nei rapporti privatistici. La tutela della legalità è un principio imprescindibile e ogni comportamento intimidatorio o contrario alle norme va contrastato con fermezza, anche attraverso gli strumenti già previsti dall’ordinamento. Ma trasformare un tema organizzativo ed economico in un terreno di scontro permanente tra committenza e trasporto rischia di produrre effetti distorsivi nel medio periodo.

L’asimmetria non è un destino

Il punto centrale è che l’asimmetria esiste, ma non è un destino immutabile. In un contesto in cui la disponibilità di capacità di trasporto qualificata è sempre più limitata e la continuità operativa diventa un fattore competitivo, il valore dell’affidabilità torna a essere un elemento chiave. Un vettore strutturato, organizzato e resiliente rappresenta per il committente un partner indispensabile, non un semplice fornitore intercambiabile. Questo riequilibrio potenziale va sostenuto e rafforzato.

Crescere per contare di più

Il vero nodo resta quello della struttura del settore. Un’offerta troppo polverizzata espone soprattutto le microimprese a condizioni di maggiore vulnerabilità. Da anni sosteniamo che la crescita dimensionale, le reti tra imprese, le forme collaborative e la maggiore integrazione organizzativa siano strumenti essenziali per riequilibrare il rapporto tra domanda e offerta, senza compromettere la vitalità della piccola imprenditoria. Il tema non è sostituire i piccoli operatori, ma metterli nelle condizioni di operare con più forza contrattuale e maggiore stabilità.

La leva della trasparenza digitale

In parallelo, esiste un ambito su cui si può intervenire in modo concreto e non conflittuale: quello della trasparenza operativa. La certificazione digitale dei tempi di arrivo, attesa e completamento delle operazioni di carico e scarico può ridurre drasticamente le zone grigie, rendere oggettivo il momento in cui scatta l’indennizzo e trasformare una fonte di tensione in un dato condiviso. Quando il tempo è misurato, tracciato e visibile a entrambe le parti, il confronto diventa tecnico e non più discrezionale.

Un interesse comune, non una guerra

Va anche ricordato che l’efficientamento dei tempi non è un interesse solo del trasportatore. I camion fermi rappresentano un costo per tutti: riducono la produttività, comprimono i margini, generano inefficienze lungo la filiera e incidono sulla qualità del lavoro degli autisti. Ridurre le attese significa migliorare la competitività del sistema logistico nazionale nel suo complesso. È quindi un terreno su cui committenti e vettori dovrebbero costruire sinergie, non contrapposizioni.

Dalla denuncia alla responsabilità condivisa

Le preoccupazioni espresse dalle associazioni meritano ascolto, così come meritano attenzione le segnalazioni di comportamenti non corretti. Ma la soluzione non può essere solo sanzionatoria o difensiva. Serve un approccio più ampio, che combini legalità, innovazione, trasparenza e rafforzamento strutturale dell’offerta. Un sistema Paese che fonda una parte significativa della propria economia sull’export ha bisogno di operatori del trasporto solidi, affidabili e capaci di investire nel tempo.

Per questo, come ecosistema, è il momento di fare un passo in più e passare da una logica di denuncia a una logica di responsabilità condivisa. Proponiamo di aprire un confronto operativo tra committenza, imprese di autotrasporto, associazioni e istituzioni su tre direttrici concrete:

  • la definizione di standard digitali comuni per la tracciatura dei tempi di attesa
  • la promozione di modelli contrattuali più equilibrati e trasparenti
  • il sostegno a percorsi di aggregazione e crescita dimensionale delle imprese. Non per sostituire la norma, ma per renderla realmente applicabile.

L’obiettivo deve essere chiaro: trasformare un punto di frizione in un terreno di collaborazione. Se riusciamo a costruire un sistema in cui i tempi sono misurati, i ruoli sono chiari e le responsabilità condivise, il rispetto delle regole diventa una naturale conseguenza operativa, non un motivo di conflitto. È su questa convergenza che si gioca la qualità e la sostenibilità futura della nostra filiera logistica.

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