Gli eventi climatici estremi agiscono su due livelli. Il primo è il danno fisico: opere marittime e difese costiere stressate da mareggiate, sedimenti e detriti che invadono banchine e imboccature, sottoservizi compromessi, viabilità di accesso interrotta. Il secondo – spesso più costoso nel medio periodo – è il danno funzionale: perdita di affidabilità del sistema, riprogrammazioni, congestioni indotte e aumento del cost-to-serve. In altre parole: anche dove «si riparte», si riparte peggio, perché la rete opera fuori assetto.
Le cronache di questi giorni, legati all’ondata di maltempo che ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna, parlano di impatti diffusi su infrastrutture e collegamenti, con limitazioni ai trasporti e alle attività portuali e interruzioni su tratte strategiche, oltre a provvedimenti di interdizione di alcuni scali nelle isole minori (con conseguenti salti di corse di aliscafi e navi).
Porti e approdi: nodi esposti, non alternativi
In un Paese come l’Italia, la costa non è «periferia»: è infrastruttura produttiva. Porti commerciali, porti industriali e approdi passeggeri sono parte della continuità territoriale e dei corridoi logistici. Quando una mareggiata rende inagibile un approdo, l’effetto immediato è lo stop ai flussi (passeggeri e rifornimenti); quello a cascata è la pressione su porti alternativi, spesso già prossimi alla saturazione in determinati giorni/finestre orarie.
Per le filiere, ciò significa disallineamento tra arrivi nave e capacità di ultimo miglio (autotrasporto e distribuzione locale); rottura delle sequenze intermodali (nave–treno, nave–gomma), con ripianificazione e aumento dei tempi ciclo; prioritizzazione emergenziale (beni essenziali) che può spiazzare merci programmate, con penali e perdita di servizio.
Supply chain: più scorte o più resilienza?
Ogni interruzione di rete ripropone la stessa scelta: aumentare scorte e ridondanze operative (costoso) oppure investire in resilienza infrastrutturale e gestionale (strutturale). Il ciclone Harry rafforza un’evidenza: nel Mezzogiorno insulare e peninsulare la resilienza non è un add-on, ma una condizione di funzionamento.
Inoltre, gli eventi estremi amplificano fragilità note: tratte costiere esposte, collegamenti ferroviari con punti di vulnerabilità idrogeologica, accessi portuali che concentrano flussi su poche direttrici. Anche quando il danno fisico è limitato, la riduzione di capacità (anche temporanea) genera variabilità – e la variabilità è un costo.
PNRR: ammodernare non basta se non si climate-proof
Negli ultimi anni abbiamo discusso molto di alta velocità/alta capacità, potenziamento ferroviario, digitalizzazione e investimenti per logistica integrata. La Missione 3 del PNRR mira proprio a modernizzare e rendere più sostenibile e digitale la rete, includendo interventi su ferrovia e logistica/porti.
Il punto, però, è l’integrazione tra ammodernamento e adattamento climatico. Se si aggiorna un’infrastruttura senza screening climatico e senza standard di resilienza (onde, vento, innalzamento del livello del mare, erosione, piogge estreme), il rischio è di costruire capacità nominale che diventa capacità intermittente. In territori costieri, l’affidabilità va trattata come una «specifica di progetto», non come un effetto collaterale.
Tre priorità operative emerse dall’evento
1) Resilienza delle infrastrutture marittime
Opere foranee, banchine, piazzali, varchi e accessi devono essere verificati rispetto a scenari meteo-marini più severi e frequenti. Non è solo un tema di «ripristino» post-evento, ma di continuità di servizio: quanto rapidamente posso riaprire in sicurezza, con quali limitazioni e con quale capacità residua?
2) Monitoraggio e manutenzione predittiva
Qui l’innovazione serve davvero: sensoristica, ispezioni strumentate, monitoraggio del moto ondoso e dei fondali, controllo di sottoservizi e strutture, asset management orientato al rischio. La Protezione Civile ha documentato l’episodio come evento severo e multi-regionale: occorre trasformare l’eccezione in parametro di progetto e di esercizio.
3) Salvaguardia delle risorse territoriali ed economiche
La costa è capitale naturale e turistico, ma anche capitale logistico. Difesa costiera, pianificazione degli usi, protezione delle retroportualità e gestione dei sedimenti sono misure con effetti economici diretti: riducono fermo rete, danni ripetuti e costi assicurativi/finanziari. Sul piano macro, le prime stime circolate evidenziano un ordine di grandezza dei danni molto elevato, che rende evidente quanto l’adattamento sia anche una scelta di finanza pubblica e competitività.
Conclusione: la logistica come «cartina di tornasole» dei cambiamenti climatici
Il ciclone che ha colpito Sicilia e costa calabrese non è solo una notizia di cronaca: è un test di stress del sistema logistico nazionale. Se le coste sono esposte, lo sono anche i nodi che tengono insieme continuità territoriale, approvvigionamenti, export e servizi essenziali. La lezione è chiara: i programmi di investimento (PNRR incluso) devono tenere insieme opere, gestione e resilienza climatica, perché l’ammodernamento, da solo, non garantisce affidabilità.


