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«La logistica è potere: chi controlla catene e dati governa l’industria»

Draghi lo ha detto: l’ordine globale è finito. In questo mondo, chi controlla catene, dati e nodi logistici non subisce più shock, li gestisce. Per le imprese italiane, la logistica non è più costo: è leva di sovranità industriale

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Ieri (2 febbraio 2026) Mario Draghi ha parlato a KU Leuven in occasione della sua laurea honoris causa. E, come Mark Carney a World Economic Forum (20 gennaio 2026), ha scelto la strada più rara: non consolare nessuno.

Il messaggio è semplice e scomodo: l’ordine internazionale «a regole condivise» è finito. E la conseguenza pratica – non teorica – è che sicurezza e prosperità non sono più esternalizzabili: se non produci capacità, dipendi; se dipendi, prima o poi paghi.

Fin qui la diagnosi. Ma se l’Europa non trova un principio di concretezza, resterà intrappolata nella parte peggiore della storia: avere ragione, ma non riuscire a farne nulla.

La concretezza, oggi, ha una definizione precisa: trasformare «autonomia strategica» in tre cose misurabili dentro la logistica: 

  • continuità delle forniture
  • controllo dei dati e delle regole
  • capacità di riconfigurare la catena in settimane, non in anni.

Se non fai questo, la logistica resta un costo da comprimere. Se lo fai, diventa infrastruttura di sovranità economica.

Qui sotto provo a «tirare giù a terra» il ragionamento: che cosa significa, domani mattina, per committenti, operatori e politica.

Primo: smettere di confondere efficienza con ribasso

In un mondo frammentato, il ribasso non è efficienza: è fragilità programmata. E infatti il mercato sta già cambiando, solo che in Italia facciamo finta di non vederlo. I grandi committenti non comprano più solo trasporto e magazzino: comprano garanzie. Se non gliele dai, o le comprano altrove, o se le costruiscono in casa. Entrambe le opzioni ti marginalizzano.

Cosa vuol dire «garanzie» in un contratto logistico concreto? Vuol dire sviluppare un sistema di indicatori di performance (KPI) di:

  • Continuità (fill rate, OTIF, lead time “stabile”, tasso di ripianificazione riuscita).
  • Trasparenza (tracciabilità evento-per-evento, documenti digitali end-to-end, audit trail dei subappalti).
  • Resilienza (piani di re-routing, capacità alternativa già contrattualizzata, stress test trimestrali).
  • Compliance (catena di responsabilità, standard minimi lavoro/sicurezza, rating di affidabilità del fornitore).


Se questi KPI non entrano nei capitolati, la logistica continuerà a essere un gioco a somma zero. E quel gioco, nel nuovo ordine, lo vince sempre chi ha più leva geopolitica o più controllo dati.

Secondo: la guerra vera è sui nodi e sui dati

Draghi dice una cosa che nel settore dovremmo stamparci e appendere in ufficio: le dipendenze non sono più «effetti collaterali»; sono strumenti. Quando dipendi, qualcuno prima o poi usa quella dipendenza contro di te. Questo vale sulle materie prime, ma vale anche sui nodi logistici e sulle piattaforme digitali.

Tradotto in pratica: se non controlli almeno una parte dei tuoi nodi e dei tuoi layer informativi, non stai esternalizzando un servizio, stai cedendo potere contrattuale.

E qui serve concretezza europea, non retorica.

Terzo: «federalismo pragmatico» applicato alla logistica

L’Europa è forte dove decide come uno: regole del mercato, concorrenza, moneta. È debole dove resta una somma di veti: esteri, difesa, politica industriale. La logistica vive esattamente nel punto di intersezione tra commercio e sicurezza. Quindi, se continuiamo a trattarla come tema tecnico, perderemo per inerzia.

Che cosa può essere, in concreto, un federalismo pragmatico nella logistica? Tre cantieri operativi, con output verificabili.

  1. Standard dati e interoperabilità «obbligatoria» su corridoi e nodi critici

Non un’altra vision, ma regole tecniche comuni: eventi minimi, formati, identificativi, responsabilità del dato, auditabilità. Se un container/semirimorchio attraversa 4 Paesi, non può entrare e uscire da 4 sistemi opachi. Obiettivo misurabile: percentuale di traffici su corridoi TEN-T coperti da scambio dati standard, con target annuali.

  • Control tower di corridoio (non solo aziendale) 

La supply chain non è resiliente perché ogni impresa fa la sua control tower. È resiliente quando i nodi condividono segnali minimi: capacità disponibile, saturazioni, deviazioni, tempi di attraversamento, criticità. Obiettivo misurabile: riduzione varianza dei tempi di attraversamento sui nodi prioritari; non solo media, proprio varianza.

  • Regole uniformi e applicabili su subappalto, sicurezza, responsabilità

Qui la concretezza è una: se continuiamo con filiere opache, continueremo con shock opachi. E gli shock, nel nuovo ordine, diventano armi. Obiettivo misurabile: tracciabilità contrattuale della filiera (chi fa cosa) e riduzione delle “zone grigie” (subappalti non dichiarati, responsabilità che evaporano).

Quarto: l’agenda italiana – tre decisioni «subito» (non domani)

Se l’Europa deve fare un salto, l’Italia non può aspettare. Perché siamo un Paese export-oriented e manifatturiero: quando saltano le regole, salta il nostro modello. Tre mosse concrete, da fare senza ulteriori indugi.

  1. Trattare la logistica come politica industriale, con pochi obiettivi e soldi coerenti. Non «finanziare pezzi». Finanziamo filiere. Regola pratica: ogni euro su un’infrastruttura fisica deve avere un gemello digitale interoperabile (dati, processi, documenti, integrazione controlli). Altrimenti stai costruendo CAPEX che aumenta dipendenze.
  2. Rompere l’opacità: prezzi, tempi, responsabilità. Una filiera opaca è fragile e ricattabile. Qui non serve moralismo: serve un impegno industriale. Regola pratica nei capitolati pubblici e privati: chi compra logistica deve chiedere (e pagare) trasparenza di filiera e standard minimi su lavoro/sicurezza/compliance. Se non la chiedi, incentivi l’opacità. Se la chiedi ma non la paghi, incentivi la finzione.
  3. Costruire alleanze operative europee. Non serve aspettare l’unanimità su tutto. Serve fare blocchi operativi su cose precise: corridoi, nodi, standard, scambio dati, interoperabilità.
    Obiettivo misurabile: numero di accordi operativi e progetti “cross-border” che producono una cosa utilizzabile (un tracciato dati, un processo unico, uno sportello integrato), non un documento.

Quinto: cosa devono fare, domattina, le imprese della logistica

Se questo è il mondo, anche il mercato cambia “dal basso”. E chi non si riposiziona, viene schiacciato. Quattro scelte operative, molto concrete.

  1. Vendere affidabilità, non solo capacità. Offerta commerciale: pacchetti “resilience-as-a-service” (re-routing, capacità alternativa, gestione eventi, compliance). Se resti solo sul prezzo a viaggio, sei sostituibile.
  2. Mettere i dati in produzione, non in presentazione. Tracking serio, documenti digitali, audit trail di filiera, cybersecurity. Non per moda: per potere contrattuale.
  3. Alzare il livello di governance di filiera. Subfornitura non è il male. L’opacità sì. Catena dichiarata, standard minimi, responsabilità chiare.
  4. Prepararsi agli stress test. Non “piani” nel cassetto: prove periodiche. Se salta un valico, un porto, una piattaforma, quanto tempo impieghi a ripristinare un flusso? Se non lo misuri, non esiste.

La rapidità e la concretezza sono le uniche forme di sovranità credibili. Questa fase non premierà chi “ha ragione” nei talk show televisivi o nei convegni. Premierà chi costruisce capacità. E la capacità, nella logistica, si vede subito: continuità, tracciabilità, compliance, reazione rapida.

Per dirla con Václav Havel: è tempo di togliere il cartello dalla vetrina. Il nostro cartello dice «la logistica è neutrale». Non lo è più.

La domanda, da qui in avanti, è solo questa: vogliamo farci comprare o governare il sistema?

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