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L’elettrico costa meno del diesel? Solo se costruisci la filiera giusta

A Cremona parte un DAF XF Electric acquistato da Trasporti Pesanti per movimentare i sottoprodotti molitòri di MartinoRossi verso gli impianti di biometano di Verdalia. Con tre viaggi al giorno, ricarica fotovoltaica e utilizzo spalmato su 8-10 anni, l'elettrico riesce già oggi a giocarsela con il diesel. Ecco come

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C’è un camion che lunedì mattina partirà da vicino Cremona con un carico di farinette di scarto, tornerà la sera, si attaccherà a una colonnina alimentata dal sole e ripartirà il giorno dopo. Niente di spettacolare, in apparenza. Eppure, in quel ciclo silenzioso si condensa una tesi industriale: nel trasporto pesante, la transizione elettrica si vince con i chilometri giusti, l’energia giusta e le persone giuste attorno al tavolo.

Il veicolo è un DAF XF Electric. Il committente è MartinoRossi, azienda molitoria cremonese che trasforma materie prime agricole in ingredienti alimentari e che da lunedì utilizzerà il mezzo per portare i propri sottoprodotti agli impianti di biometano di Verdalia. L’operatore è Trasporti Pesanti, che quel camion l’ha acquistato, configurato e inserito in una logistica progettata nei minimi dettagli. Il dato che sposta il dibattito arriva da Valentina Clerici, responsabile logistica di MartinoRossi: «Con almeno tre viaggi al giorno, il mezzo elettrico è già più conveniente del diesel, con un vantaggio stimato del 4-5%».

È un’affermazione pesante. E per capirne il peso, bisogna partire dal momento in cui sembrava impossibile.

Dal «lascia perdere» al progetto pilota

Due o tre anni fa, quando Stefano Rossi – AD di MartinoRossi – propose a Stefano Storti, managing director di Trasporti Pesanti, di ragionare su un camion elettrico, la risposta fu netta: «Lascia perdere». I costi erano troppo alti, l’autonomia insufficiente, i veicoli ancora acerbi. Per un operatore che vive la rigidità quotidiana del trasporto merci, l’elettrico non si delineava come una soluzione industriale.

Il progetto non è stato forzato. È stato aspettato. Quando i veicoli hanno cominciato a maturare, le due aziende hanno fatto un test reale con un carico di prova, misurato prestazioni e autonomia sul campo, rifatto i conti più volte, incontrato i tecnici DAF. E hanno sciolto il nodo decisivo: quello energetico.

Trasporti Pesanti dispone di 5 MW di impianti fotovoltaici distribuiti sui propri siti e ha investito in una batteria industriale BESS da 3,6 MW, che accumula di giorno l’energia solare e la cede di notte, quando il camion rientra alla base e si collega alla colonnina Paccar. Il risultato è un costo dell’energia autoprodotta di 12-13 centesimi a kWh – un quarto rispetto alle tariffe medie di ricarica pubblica. Qui la sostenibilità smette di essere una parola generica: un veicolo a zero emissioni viene ricaricato con energia a zero emissioni per trasportare un sottoprodotto destinato a generare biometano rinnovabile. E il cerchio si chiude.

Una missione progettata, non improvvisata

La scelta del flusso delle farinette non è casuale. Clerici spiega che questo comparto aveva le caratteristiche ideali per il debutto: flusso continuo, clienti nel raggio di 50 chilometri, tre o quattro viaggi al giorno, rientro serale in base e ricarica notturna. Una missione ideale per testare se il camion a batteria sappia misurarsi con la concretezza del servizio.

Il TCO migliorato non deriva da una sola leva, ma da una combinazione rigorosa di fattori: la natura pilota del progetto, che ha compresso le marginalità; l’utilizzo totalmente dedicato del mezzo, senza dispersioni; e il costo dell’energia autoprodotta. L’investimento iniziale resta più alto rispetto al diesel – e sarebbe poco serio aggirarlo – ma il progetto prevede un ciclo di vita di 8-10 anni, corrispondente alla garanzia della batteria e confortato dalla minore complessità meccanica della trasmissione elettrica e quindi dai minori costi di manutenzione.

Anche il semirimorchio TMT è stato riprogettato. Il piano mobile serve a rispondere ai vincoli di altezza in fase di scarico, ma l’inserimento della presa di forza ha imposto una modifica strutturale: con cinque pacchi batteria non c’era spazio disponibile e così il semirimorchio è stato accorciato per ospitare il sistema. I test hanno poi mostrato che la presa di forza incide per meno del 10% sulla batteria – circa 30 kWh su 500 kWh nelle tre scariche quotidiane – un assorbimento pienamente gestibile nella missione prevista.

Da sinistra Stefano Storti e Stefano Rossi. I due amministratori non condividono soltanto il nome e l’impegno in Confindustria Giovani (Rossi è presidente della sezione Lombardia), ma anche un legame di amicizia che aiuta ovviamente anche nell’elaborazione dei progetti innovativi.

Una cultura d’impresa che torna nella logistica

MartinoRossi non arriva a questo progetto per caso. Stefano Rossi ricorda che l’azienda lavora con circa 700 aziende agricole in filiera controllata, costruendo qualità attraverso relazioni stabili e reciprocamente vantaggiose. È quella stessa attitudine che oggi trasla nella logistica: la sostenibilità avanza solo se gli attori si riconoscono come parte dello stesso processo.

Carlo Recchia, responsabile sottoprodotti, la chiama una «messa a terra« di un disegno più ampio. MartinoRossi si prepara a pubblicare il quarto bilancio di sostenibilità – nato per scelta aziendale, non per obbligo – e in quel bilancio entrerà anche il beneficio ambientale di questo traffico elettrificato: un abbattimento annuo di 170 milioni di grammi di CO₂, a fronte dei 77 grammi per tonnellata/km emessi oggi dal trasporto tradizionale. E quindi proprio per questi quantitativi consente di ottenere dei certificati bianchi. I sottoprodotti conferiti a Verdalia, nel frattempo, generano energia rinnovabile sufficiente per 18.000 famiglie. Campo, trasformazione, trasporto, energia: il cerchio, qui, si chiude davvero.

Dal lato di Verdalia, Samuele Del Guidi (11 impianti attivi in Italia, progetti in Spagna, Goldman Sachs come principale azionista) sottolinea che la mobilità non è un fattore periferico nell’impronta complessiva di un operatore nel biometano. Sapere che il fornitore condivide la stessa visione sulla transizione energetica rafforza la partnership e ne consolida il senso industriale.

La filiera come vantaggio competitivo

Mauro Monfredini, responsabile marketing di DAF Veicoli Industriali, individua il fattore decisivo in modo diretto: «La cosa vincente è stata avere tutti gli attori uniti». Il committente che sceglie la missione giusta, il trasportatore che la traduce in servizio, la concessionaria Ovip di Piacenza che segue vendita e formazione, DAF che trasferisce competenze alla rete. Il valore non sta nel veicolo, ma nella filiera che gli si costruisce attorno.

Trasporti Pesanti incarna questa doppia identità in modo quasi paradigmatico: è insieme operatore del trasporto e gruppo concessionario attraverso Ovip. Chi usa il veicolo e chi lo vende appartengono allo stesso ecosistema, e possono trasformare l’esperienza operativa in competenza da trasferire al mercato. Nella transizione elettrica, la concessionaria non vende più solo un prodotto: vende analisi, accompagnamento e visione.

Il progetto non è pensato come episodio isolato. Rossi stima di poter elettrificare fino al 30% dei propri traffici, inclusi alcuni collegamenti tra stabilimenti (Cremona, Alessandria e Grosseto). Per farlo, sta progettando un impianto fotovoltaico nel proprio sito principale, così da non dipendere sempre dalla base di Piadena per la ricarica. Anche questo è un segnale preciso: la decarbonizzazione non può essere scaricata su un solo anello della catena.

Da sinistra, Mauro Monfredini di DAF, Samuele Del Guidi di Verbania, Valentina Clerici di MartinoRossi, Stefano Storti di Trasporti Pesanti, Martino Rossi e Carlo Recchia di MartinoRossi,

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