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L’elettrico che costringe a fermarci

E se l’elettrico ci aiutasse a ridisegnare il settore? Del resto, richiede distanze ridotte, ricariche più lente e una pianificazione più precisa. Esattamente quello di cui abbiamo bisogno

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La prima volta che sono salita a bordo di un camion elettrico era il 2021. Era la mia prima trasferta e il primo articolo pubblicato qui. Il viaggio delle novità, insomma. E se all’epoca guidare un camion elettrico, così potente e silenzioso, poteva sembrare qualcosa di innovativo, oggi l’elettromobilità non assume più le forme e i colori di una sorpresa.

Il tempo che diventa denaro

Sappiamo che è silenzioso, potente e fluido. Sappiamo che le autonomie si allungano e le ricariche si accorciano, che la produzione 100% Green dipende anche da come la produci e che le batterie si smaltiscono circa al 90%. Sappiamo anche che allo stato attuale è un bene di lusso per pochissimi eletti e che forse, come le auto, tra qualche decennio diventerà la normalità per i nuovi autisti. Per farci sorprendere di nuovo, allora, dove dobbiamo guardare? Nel tempo che l’elettrico richiede. Quel tempo che nell’autotrasporto rappresenta il vero valore, ovvero denaro. Un tempo che potrebbe diventare qualcos’altro.

E se i suoi stessi vincoli – le autonomie ancora ridotte, le soste obbligate più lunghe per le ricariche – fossero in realtà la leva per ridisegnare un lavoro che da decenni chiede solo di correre?

Il mito degli 800 km al giorno

Ogni volta che si parla di elettrico, lo scetticismo si focalizza sull’autonomia ridotta. Eppure un’autonomia effetti va di 500 chilometri copre ampiamente la media chilometrica di più della metà delle merci trasportate in Europa. Quindi non solo non abbiamo bisogno dei mille chilometri al giorno, ma cosa succederebbe se quei tanto mitizzati 800 km in un giorno non si potessero più fare? Si dovrebbe rimettere in discussione l’intero sistema logistico.

Il mezzo stesso impone una logistica a tappe, con tratte più corte, hub intermedi, una rete di distribuzione pensata su distanze diverse. Una rivoluzione che parte dal basso e sale fino all’organizzazione del lavoro magari più umana, con più turni giornalieri e rientri in sede, che offra finalmente all’autista una vita privata e sociale. Che è il vero motivo per cui nessuno vuole più fare questo lavoro. Sapere a che ora partire e non sapere quando rientrare non è più il senso di avventura che ha caratterizzato per decenni questo mestiere: è diventato una barriera insormontabile alla soddisfazione personale.

La ricarica come pausa vera

Per chi invece ama, o deve, fare il lungo raggio, i tempi di ricarica dell’elettrico rappresenterebbero finalmente una vera pausa. Con la maggioranza delle colonnine veloci presenti (350kW) si ricarica in 85 minuti.

Questo significa che la sosta diventa strutturalmente un momento di riposo reale, che coincide con le pause obbligatorie per legge e le allunga anche, permettendo all’autista di recuperare davvero dalle quattro ore di guida precedenti.

Aree di servizio, non più non-luoghi

Se le soste diventano più lunghe e strutturalmente legate a un luogo, anche le aree di servizio devono cambiare. Si smetterebbe di sostare nelle piazzole o nei piazzali abbandonati e, soprattutto, si smetterebbe di concepire l’area di servizio come un non-luogo, uno spazio di passaggio fugace. Servirebbero spazi capaci di offrire ristoro reale: cibo fresco, ambienti per riposare e prendersi cura di sé (palestre, spazi di intrattenimento e cultura), spazi verdi per non lasciare centinaia di autisti esposti al cemento surriscaldato.

L’investimento in infrastrutture di ricarica trascinerebbe con sé, necessariamente, un investimento in qualità della sosta.

Pianificare intorno alla colonnina

Una qualità che non dovrebbe, però, essere minata da una pianificazione approssimativa. Con il diesel, il turno si costruiva intorno alle ore di guida dell’autista, in una logica di massimizzazione della produttività dell’ultimo minuto. Il mezzo era una variabile passiva perché sempre disponibile. Con l’elettrico, invece, il camion non è più uno strumento neutro, ma ha bisogno di sapere dove ricaricarsi, per quanto tempo, con quale infrastruttura disponibile lungo il percorso. Non basta più ottimizzare i chilometri, bisogna costruire il percorso intorno alle colonnine, calcolare i tempi di ricarica e prevedere i margini.

Quando la sosta entra nella pianificazione come dato fisso e non negoziabile, cambia il modo in cui viene percepita. Da tempo perso a tempo contabilizzato, che nessuno può più chiedere di recuperare o evitare.

Un attrito che non si può aggirare

L’industria ha sempre presentato i limiti dell’elettrico come problemi da risolvere e, in parte, è vero: la ricerca va verso batterie più dense, ricariche più rapide, autonomie sempre più vicine al diesel. E se quei limiti li usassimo come freno a un sistema che negli ultimi decenni ha corso e compresso troppo? Il trasporto su gomma europeo è costruito su una logica di ottimizzazione spinta all’estremo, che ha prodotto l’illusione dell’efficienza a scapito delle condizioni di lavoro, creando una cultura del settore in cui il riposo è visto come un lusso di cui vergognarsi.

L’elettrico, con i suoi limiti att uali, introduce un attrito che non dipende dalla volontà di nessuno, ma dai limiti fisici di un veicolo e, per questo, non è aggirabile. I limiti tecnici non saranno la soluzione ai problemi del settore, ma potrebbero creare le condizioni perché una soluzione diventi più facile da immaginare e da chiedere. L’elettrico che non ti aspetti non è solo silenzioso e potente, è anche più lento. E in un settore che ha dimenticato il valore del fermarsi, questa lentezza potrebbe essere la cosa più rivoluzionaria di tutte.

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