Sono nata in Romania, in un tempo e in un luogo che ormai sento lontani come un paesaggio visto dal finestrino di un camion in corsa. Non avevo un piano, quando ho lasciato casa. Avevo solo la voglia di vedere cosa c’era oltre il confine, e per un po’ ho girato l’Europa senza una meta precisa, come si gira una strada di montagna senza sapere cosa c’è dietro la curva successiva. È stato il caso, non un progetto, a portarmi in Italia. Un caso che, guardandolo adesso, mi sembra quasi un destino travestito da fortuna.
Dopo qualche esperienza lavorativa a Londra e a Budapest rientro in Italia dove ho trovato lavoro presso una società che si occupava di spostare automobili nuove, quelle che si caricano sulle bisarche, enormi rimorchi a più piani, veri e propri puzzle di lamiera e gomma da incastrare con precisione millimetrica.
Non lo sapevo ancora, ma quel lavoro sarebbe stato la porta d’ingresso di tutta la mia vita da lì in avanti

Da quando avevo preso la patente, guidare era diventato per me qualcosa di più di una necessità: era una passione, una libertà che sentivo scorrere nelle mani appoggiate al volante. Ma fu lì, tra le bisarche cariche di auto lucide e profumate di fabbrica, che scoprii un’altra passione, più grande, più ruvida: quella per i camion. Il passo fu breve. Guardavo quegli uomini salire su quei giganti d’acciaio con una disinvoltura che mi affascinava e capii che quello, e non altro, volevo fare.
In diciotto mesi conseguii tutte le patenti necessarie e la CQC merci. Non furono mesi facili: studiare, fare pratica, dimostrare a me stessa prima ancora che agli altri che potevo farcela. Iniziai a lavorare su una motrice, per circa un anno, imparando il mestiere passo dopo passo, chilometro dopo chilometro. Poi arrivò il salto che aspettavo:
Cominciai a guidare un autoarticolato, per la stessa società con cui avevo mosso i primi passi. Da lì partirono i viaggi veri, quelli lunghi, quelli che ti insegnano la strada meglio di qualsiasi scuola.
Le difficoltà, però, non tardarono ad arrivare. Essendo donna in un mondo che per tradizione e per abitudine è ancora un mondo di uomini, ho incontrato ostacoli che un collega uomo non avrebbe mai dovuto affrontare. Cominciava da cose semplici, quasi banali a raccontarle oggi: i servizi igienici nelle aree di sosta, pensati e costruiti come se al volante di un camion potesse starci solo un uomo. Passava poi per gli sguardi, i commenti, le battute di chi mi derideva o mi metteva alla prova solo perché ero donna, come se la forza per tenere in mano trenta tonnellate di carico dovesse per forza avere un genere.
Ho dovuto costruirmi una corazza, giorno dopo giorno, viaggio dopo viaggio.
Una corazza fatta di silenzi, di sguardi bassi ingoiati e trasformati in determinazione, di manovre fatte due volte più precise solo per non lasciare margine a chi aspettava un errore per dire “vedi, te l’avevo detto”. Ho dovuto faticare il doppio, non perché il lavoro fosse diverso, ma perché dovevo continuamente dimostrare a colleghi, a capezzali di parcheggi bui, a me stessa nelle notti di dubbio che una donna può fare esattamente quello che fa un uomo, e farlo bene.
Nel frattempo, la vita andava avanti anche fuori dal camion. Avevo un figlio che cresceva, piano piano, come crescono i figli quando li vedi a tratti, tra un viaggio e l’altro, tra un rientro anticipato e una partenza rimandata. Aveva bisogno di me, di più attenzioni, di una presenza che il mio lavoro non sempre poteva garantire. E quando arrivò per lui un problema di salute, qualcosa dentro di me si spezzò e insieme si chiarì.
Capii, in quei giorni sospesi tra ospedali e telefonate fatte da un’area di servizio con la voce che tremava, che nonostante la passione, nonostante amassi profondamente questo mestiere, il tempo che chiede è sempre troppo per una donna che è anche madre. Non è una questione di forza o di capacità: è una questione di ore, di giorni, di notti che il lavoro ti porta via e che a un figlio non puoi restituire.
Eppure, devo essere onesta fino in fondo: quel lavoro, con tutto il suo peso, mi ha permesso di crescere mio figlio con dignità
Mi ha permesso di comprare una casa, di dargli un futuro solido, mattone dopo mattone, chilometro dopo chilometro. Ogni sacrificio aveva un senso, anche quando faceva male.
Con gli anni ho cominciato a sentire tutta la fatica sul piano fisico. Non è un mestiere che perdona il corpo: la schiena che protesta dopo ore e ore seduta nella stessa posizione, le vibrazioni del motore che entrano nelle ossa, il sonno spezzato, i pasti fatti in fretta, il caffè bevuto per resistere quando gli occhi si fanno pesanti sull’autostrada. Le mani che con gli anni si irrigidiscono, le ginocchia che scricchiolano salendo e scendendo dalla cabina o semirimorchio decine di volte al giorno, il freddo pungente d’inverno passate ad agganciare o a sganciare un semirimorchio.
Un autista rinuncia a tante cose. Rinuncia, prima di tutto, a essere presente. Non c’è mai a casa, o magari arriva sempre in ritardo per la cena, per un compleanno, per una recita scolastica. La famiglia impara ad aspettare, e chi guida impara a portarsi dietro il peso di quell’assenza come un bagaglio che non si scarica mai del tutto.
Ed è un lavoro che non ti permette di fermarti nemmeno per la tua stessa salute. Non ci sono ore da dedicare alla prevenzione, ai controlli medici che si rimandano di mese in mese perché “questo viaggio non si può saltare”. È una questione su cui, credo davvero, si debba intervenire con più forza. Ho conosciuto colleghi, autisti che stimavo, che un anno dopo non c’erano più al volante: colpiti da una malattia scoperta troppo tardi, da un malessere trascurato per anni in nome di una consegna, di un cliente, di uno stipendio da portare a casa. Uomini forti, abituati a guidare per migliaia di chilometri, che un giorno si sono dovuti fermare per sempre, non per scelta.
Guardando indietro, vedo una strada lunga, fatta di asfalto ma anche di scelte, di rinunce, di orgoglio. Vedo una ragazza rumena che ha attraversato l’Europa per caso e ha trovato, quasi senza cercarla, la sua strada letteralmente.
Vedo una donna che ha dovuto lottare per farsi rispettare in un mondo di uomini, che ha cresciuto un figlio tra un viaggio e l’altro, che ha pagato con la propria fatica il prezzo di una passione mai spenta.
Se dovessi dire a qualcuno cosa significa davvero questo mestiere, non parlerei solo di camion e di chilometri. Parlerei di sacrificio silenzioso, di solitudine sulle strade vuote all’alba, di una forza che si costruisce un giorno alla volta, e di un amore; per la guida, per la libertà della strada che nessuna fatica è mai riuscita a spegnere del tutto.


