La logistica cerca lavoratori. Autisti, addetti di magazzino, tecnici, specialisti digitali, pianificatori, responsabili della supply chain. E da anni racconta quanto sia difficile trovarli.
Ma la domanda va anche capovolta: quanti lavoratori cercano la logistica?
La classifica Italy’s Best Employers 2027, realizzata da Statista per il Corriere della Sera, offre da questo punto di vista una fotografia interessante. Non perché possa stabilire in assoluto dove si lavori meglio, ma perché misura qualcosa che nel dibattito sul mismatch viene considerato molto meno: la capacità di un’impresa – e indirettamente di un settore – di essere desiderabile come luogo di lavoro.
E la fotografia, per trasporti e logistica, non è particolarmente affollata. Tra le prime cento aziende classificate come appartenenti al settore «Trasporti e Logistica» compaiono Ignazio Messina, Trentino Trasporti, Autostrade per l’Italia, Ferrovie dello Stato, Save ed Enav. Ma restringendo l’obiettivo alla movimentazione delle merci, la presenza si assottiglia rapidamente.
L’eccezione più vistosa è Ignazio Messina, 26ª assoluta. Poi bisogna scendere parecchio per incontrare DSV, Italtrans, Bcube e FedEx. Non significa che le aziende assenti siano cattivi datori di lavoro. Né una classifica di questo tipo può essere trasformata in una pagella sulle condizioni occupazionali. Ma come indicatore di reputazione del lavoro, qualcosa racconta. E racconta soprattutto una contraddizione: la logistica è indispensabile all’economia, ma continua a essere poco presente nell’immaginario di chi deve scegliere dove lavorare.
Il camion piace di più quando non trasporta
C’è poi un particolare ancora più curioso. Attorno all’autotrasporto compaiono aziende che riescono invece a conquistare posizioni molto più alte: Indel B è 40ª, Michelin 99ª, Bridgestone 191ª.
Sono aziende legatissime al mondo del camion, ma vengono percepite e classificate come industria, manifattura, automotive. Ed è proprio qui che emerge forse il paradosso più interessante: la tecnologia del trasporto riesce talvolta a essere più attrattiva del trasporto stesso.
Un produttore può raccontare ingegneria, ricerca, innovazione, sostenibilità, trasformazione tecnologica. Un’impresa di logistica viene invece ancora troppo spesso associata, nell’immaginario collettivo, al magazzino, al turno, alla consegna, al camion e agli orari difficili.
Eppure dentro una moderna azienda logistica ci sono software, automazione, intelligenza artificiale, dati, energia, pianificazione, gestione del rischio e competenze manageriali. Il problema è che questa trasformazione, fuori dal settore, si vede ancora poco.
Oggi alla Camera si parte proprio da qui
Non è quindi casuale che proprio oggi, 6 ottobre, alla Camera dei Deputati, imprese, università e istituzioni si incontrino per discutere di “Logistica e formazione. Quali strategie per rendere più attrattivo il settore?”.
L’appuntamento, alle 10.30 nella Sala Matteotti, accompagna la presentazione della seconda edizione del corso di Alta Formazione in Logistics Management dell’Università di Trieste e mette sul tavolo un problema più ampio della semplice formazione: come avvicinare domanda e offerta quando a mancare non sono soltanto le competenze, ma anche le persone disposte a investire il proprio futuro professionale nella logistica.
Al confronto partecipano il presidente della Commissione Trasporti della Camera Salvatore Deidda, la rettrice dell’Università di Trieste Donata Vianelli, Alessandro Panaro di SRM, il direttore del corso Massimo Campailla, Luca Ceccarelli di Ceccarelli Group, Fabrizio Ossani di Gruppo Federtrasporti e i rappresentanti di Howden Francesca Tabacco, Claudio Chiti e Giorgio Beretti.
E già i temi degli interventi indicano che il problema viene affrontato da angolazioni differenti: formazione universitaria, esigenze della logistica marittima, welfare, investimenti pubblico-privati, etica d’impresa, gestione del rischio. Perché il mismatch non ha una causa sola.
Non basta insegnare ciò che serve alle imprese
Tradizionalmente il problema viene letto così: le aziende hanno bisogno di determinate competenze e il sistema formativo non riesce a produrle nella quantità e nei tempi necessari.
È vero, ma è soltanto metà della storia. Si può costruire il corso migliore del mondo, individuare perfettamente le professionalità richieste e allineare università e imprese. Ma a monte rimane una domanda molto semplice: quante persone vogliono entrare in quel settore?
È qui che formazione e attrattività finiscono per incrociarsi. Un giovane può possedere le competenze richieste da più comparti e scegliere quello che gli appare più dinamico, meglio retribuito, più sostenibile, capace di offrire prospettive di crescita o semplicemente dotato di una reputazione migliore.
Due imprese possono quindi cercare la stessa professionalità partendo da condizioni molto diverse. Una deve convincere il candidato di essere l’azienda giusta. L’altra, prima ancora, deve convincerlo che quel mestiere vale la pena di essere fatto.
L’altra faccia del mismatch
È forse questo l’elemento che collega meglio l’appuntamento della Camera alla classifica dei Best Employers. Il mismatch non è soltanto la distanza tra le competenze disponibili e quelle richieste. Può essere anche la distanza tra il lavoro che esiste e il lavoro che le persone desiderano fare.
E allora formazione, welfare, qualità del lavoro, organizzazione, retribuzione, possibilità di carriera e comunicazione del settore non sono questioni separate. Sono pezzi dello stesso problema. Vale soprattutto per l’autotrasporto.
Aumentare i corsi per conseguire le patenti è necessario. Ma serve relativamente poco se, prima ancora di iscriversi, un giovane ha già deciso che guidare un camion non rappresenta un futuro professionale desiderabile.
Da settore invisibile a settore da scegliere
Per questo la classifica contiene forse anche un’indicazione positiva. La presenza di Ignazio Messina tra i primi trenta dimostra che non esiste una condanna strutturale della logistica a essere poco attrattiva.
Significa che reputazione aziendale, qualità organizzativa e senso di appartenenza possono essere costruiti anche dentro questo settore. Ed è probabilmente qui che il confronto di oggi alla Camera può diventare più interessante.
Non soltanto chiedersi quali competenze servono alle imprese, ma quale impresa e quale settore bisogna costruire perché quelle competenze decidano di arrivare.
Perché nel mercato del lavoro di oggi non basta più aprire un posto. Bisogna diventare un posto in cui qualcuno abbia voglia di entrare.


