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6.000 euro: ecco il costo dell’ETS 2 per camion/anno. Federtrasporti: «A rischio la marginalità delle imprese»

Il consorzio, tra i più grandi dell’autotrasporto italiano, chiamato dalla Commissione Politiche Ue della Camera a valutare l’estensione del sistema di scambio delle quote di Co2 al trasporto stradale, prevede un aumento dei costi per le aziende che, al momento, non trovano sul mercato tecnologie adatte ad abbassare le emissioni. Così in un mercato molto competitivo dove la redditività è già ridotta all’osso, l’ETS 2 potrebbe essere la stangata finale per molte realtà e mettere a rischio la continuità del servizio. Secondo Federtrasporti occorre valutare bene la norma e prevedere, nel caso, strumenti compensativi impiegando le risorse provenienti dalla tassa.

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Un aggravio dei costi di 6.000 per ogni camion che in un anno percorre circa 100mila chilometri. Su una singola tratta di 400 chilometri il sovrapprezzo può arrivare da un minimo di 40 a un massimo di 60 euro. Se parliamo di una flotta di piccole dimensioni, ad esempio 20 camion, alla fine dell’anno le spese aumenteranno di circa 120mila euro. Stiamo parlando degli effetti dell’introduzione dell’ETS 2 sul trasporto stradale di merci che rischia di trasformarsi in un macigno e schiacciare la già ristretta marginalità delle aziende di trasporto e logistica.

Le stime, elaborate da Federtrasporti, uno delle aggregazioni aziendali più grandi dell’autotrasporto italiano, sono state presentate in Commissione Politiche Ue della Camera che sta analizzando  la «Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la decisione (UE) 2015/1814 per quanto riguarda la riserva stabilizzatrice del mercato per i settori dell’edilizia e del trasporto stradale e ulteriori settori», su cui sono intervenute in audizione nei giorni scorsi anche Anita e Conftrasporto.

Il discorso è lineare: al momento non è disponibile una tecnologia adatta ad abbassare le emissioni di Co2 del trasporto pesante. Ovvero i mezzi a basse emissioni presenti sul mercato costano 2-3 volte di più di un Euro VI, una differenza che non viene (per il momento) compensata da minori costi di esercizio, mentre l’utilizzo diventa più complessa anche a causa della carenza di un’adeguata rete di ricarica. 

In questo panorama, la misura voluta dall’Europa con lo scopo di guidare la transizione ambientale rischia di diventare un boomerang, in grado solo di far lievitare i costi che le aziende difficilmente riusciranno a dividere con il mercato e la committenza. Un meccanismo che inciderà sull’equilibrio economico di molte aziende, che già lavorano con una marginalità tra l’1% e il 3%.

Il rinvio di un anno – dal 2027 al 2028 – dell’entrata in vigore per il trasporto stradale della misura, già applicata al marittimo, non risolve il problema: «non modifica la natura strutturale dell’impatto economico», si legge nella memoria, ma «ne posticipa gli effetti».  

Effetti che andranno ad incidere direttamente sulla liquidità delle aziende con il conseguente rischio per la continuità del servizio. Le aziende, che operano in un contesto molto competitivo, non sempre hanno la possibilità di incrementare le tariffe a fronte di un aumento dei costi. Così per una piccola flotta da 20 camion quei 120mila euro in più all’anno possono rappresentare la stangata finale. «L’effetto complessivo – si legge sulla memoria – rischia di compromettere la sostenibilità economica di alcune tratte, con possibili ricadute sulla continuità del servizio di trasporto» senza contare gli effetti distorsivi sulla concorrenza in un mercato sempre più dominato da realtà grandi che si interfacciano con piccoli operatori.

La soluzione? In primis, valutare bene l’introduzione del sistema. In caso, garantire certezza temporale e normativa, prevedendo misure strutturali di compensazione dei costi, reinvestendo la risorse provenienti dall’ETS 2


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