Dopo l’uscita del diesel russo, l’Italia importa una quota crescente di gasolio dal Golfo Persico. Con le tensioni nello Stretto di Hormuz, il mercato teme interruzioni. I prezzi all’ingrosso sono già in forte rialzo e anticipano possibili rincari alla pompa.
È stato il gas a guidare la prima reazione dei mercati dopo l’escalation in Iran. Ma per l’economia italiana – e per l’autotrasporto in particolare – il nodo più delicato è il gasolio.
Gas: il segnale d’allarme
Il 3 marzo il gas spot in Europa quota 53,03 €/MWh, contro i 32,41 euro di fine febbraio: un aumento del 63,6% in pochi giorni.
A pesare è stato lo stop annunciato dal Qatar alle esportazioni di GNL dopo gli attacchi ai siti industriali dell’emirato. Le navi metaniere evitano lo Stretto di Hormuz, snodo attraverso cui transita una quota rilevante dell’energia mondiale.
Il messaggio dei mercati è chiaro: il rischio geopolitico è tornato a prezzarsi in modo violento.
Il vero punto critico: il diesel
Il contratto europeo sul gasolio (ICE Gasoil) ha toccato il 2 marzo un picco di 923,75 dollari per tonnellata, massimo da settembre 2023.
- Chiusura di ieri: 870 dollari (+15% su base settimanale)
- Quotazione del 3 marzo mattina: 882 dollari
- Rialzo settimanale: fino al +20%
Alla pompa l’aumento è ancora marginale (+0,7%), ma il prezzo industriale si muove sempre prima di quello al consumo.
IL PARADOSSO LOGISTICO ATTUALE
Oggi il problema non è solo “dove” si raffina, ma “come” il gasolio arriva in Italia:
- La Via Corta (Suez): Il gasolio da Jazan e Yanbu (Mar Rosso) dovrebbe arrivare in Italia in circa 7-10 giorni. Tuttavia, a causa degli attacchi Houthi a Bab el-Mandeb, anche il prodotto che si trova già sul Mar Rosso incontra difficoltà assicurative.
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La Via Lunga (Capo di Buona Speranza): Il gasolio da Al-Zour o Ruwais (Golfo Persico) oggi spesso evita Suez e circumnaviga l’Africa.
- Risultato: Il viaggio passa da 20 a 35-40 giorni.
- Impatto: Questo ritardo crea “buchi” nelle scorte europee, spingendo al rialzo il prezzo mercantile ($882/tonnellata) che vedevi oggi.
Una vulnerabilità strutturale
L’Italia consuma circa 23-24 milioni di tonnellate di gasolio l’anno. La produzione nazionale copre 18-19 milioni di tonnellate. Il deficit – circa 5 milioni – viene colmato con importazioni.
Prima del 2022 una parte rilevante del diesel arrivava dalla Russia. Dopo la guerra in Ucraina, quei flussi si sono quasi azzerati e sono stati sostituiti da forniture provenienti dal Golfo.
Oggi i principali poli di approvvigionamento sono:
- Arabia Saudita
- Kuwait
- Emirati Arabi Uniti
- Iraq
Negli ultimi anni questi Paesi hanno investito massicciamente in raffinerie orientate all’export, mentre in Europa diversi impianti sono stati chiusi o convertiti, anche nel quadro delle politiche climatiche (Green Deal) promosse dalla Commissione Europea.
Il risultato è una maggiore dipendenza non solo dal greggio estero, ma dalla capacità di raffinazione estera.
LE PRINCIPALI RAFFINERIE DA CUI ESCE IL GASOLIO PER L’ITALIA
| Raffineria | Paese | Posizione Strategica | Nota per l’Italia | |
|---|---|---|---|---|
| Jazan | Arabia Saudita | Mar Rosso | Definita una “macchina da diesel”, è stata costruita apposta per esportare verso l’Europa evitando lo Stretto di Hormuz. | |
| Al-Zour | Kuwait | Golfo Persico | Una delle più grandi al mondo. Dal 2022 invia in Europa lo speciale “diesel invernale” (che non gela alle basse temperature). | |
| Ruwais | Emirati Arabi | Golfo Persico | Fondamentale per l’Italia: Eni ne possiede il 20%. Molto del gasolio che arriva nei nostri porti è raffinato qui. | |
| Jubail (Satorp) | Arabia Saudita | Golfo Persico | JV tra Saudi Aramco e la francese TotalEnergies. È un canale preferenziale per il mercato UE. | |
| Fujairah | Emirati Arabi | Golfo di Oman | Si trova fuori da Hormuz. È il più grande hub di stoccaggio e miscelazione: il gasolio spesso viene “scambiato” qui prima di partire. |
Perché Hormuz conta più del Brent
Il petrolio può essere sostituito con relativa facilità sul mercato globale. Il gasolio raffinato è molto meno intercambiabile: richiede capacità industriale disponibile e rotte marittime sicure.
Nel 2025 l’Europa ha importato dal Medio Oriente 519 mila barili al giorno di diesel, un livello record. Se il traffico nello Stretto di Hormuz rallenta o si interrompe:
- si riduce l’offerta disponibile in Europa
- aumentano i costi di nolo e assicurazione
- si allungano i tempi di consegna
- il prezzo all’ingrosso reagisce immediatamente
È questa la ragione per cui il diesel sta correndo più del petrolio.
Impatto economico
Per un Paese come l’Italia, dove il trasporto merci su gomma copre la parte prevalente della logistica, il gasolio è un fattore produttivo strategico. Un aumento strutturale del prezzo industriale del diesel si trasmette ai costi delle imprese di autotrasporto, ai prezzi al consumo, alla competitività dell’intero sistema produttivo.
Il paradosso è evidente: mentre si accelera sulla transizione energetica, l’economia reale resta fortemente dipendente da un carburante la cui catena di approvvigionamento è oggi concentrata in un’area geopoliticamente instabile.
La guerra in Iran, più che un problema di petrolio, è quindi un test sulla resilienza industriale ed energetica dell’Europa. E il gasolio è il primo indicatore da osservare.
PERCHÉ IL GASOLIO È IL VERO TERMOMETRO
Il petrolio può essere deviato su rotte alternative.
Il gas naturale liquefatto può essere riassegnato tra continenti, seppur con tensioni.
Il gasolio raffinato, invece, dipende da impianti industriali concentrati in aree specifiche e da corridoi marittimi obbligati.
Dopo l’uscita del diesel russo, l’Europa – e l’Italia in particolare – hanno spostato l’asse di approvvigionamento verso Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Iraq.
Se quel corridoio si restringe, il primo mercato a reagire è quello del diesel. Per questo, più che guardare il Brent, oggi il settore dell’autotrasporto deve osservare la quotazione del gasolio industriale: è lì che si forma il costo che tra qualche settimana arriverà alla pompa.


