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Perché la chiusura dello Stretto di Hormuz finisce direttamente nei serbatoi e nelle bollette

La guerra in Iran mette a rischio i transiti dallo Stretto di Hormuz: 20 milioni di barili di petrolio e gran parte del GNL mondiale sono in attesa. Per l’autotrasporto italiano il gasolio potrebbe salire fino a +40 cent/litro. Ma la preoccupazione più grande arriva dal gas: da Hormuz ne transita il 20% della domanda mondiale, un po’ come accade per il petrolio. Ma di oro nero abbiamo riserve, di gas siamo abbastanza a corto. E per di più ci produciamo quasi il 50% della nostra energia elettrica

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La tensione in Medio Oriente ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un vero e proprio collo di bottiglia energetico. Qui passa un quinto del petrolio mondiale e circa un quinto del GNL globale, con i principali Paesi esportatori del Golfo — Arabia Saudita, Iraq, Emirati, Kuwait, Iran e Qatar — che dipendono da questa rotta per vendere il loro oro nero.

Ogni giorno, circa 20 milioni di barili di greggio attraversano lo stretto, insieme a decine di LNG carriers. Con l’escalation militare, più di 150 navi sono ferme in attesa di poter transitare, mentre altre hanno invertito la rotta. Il blocco non è solo una questione geopolitica: rallenta i flussi fisici di energia e aumenta la pressione sui mercati.


Navi ferme e rotte alternative

Le compagnie marittime reagiscono: Maersk, Hapag-Lloyd, CMA CGM e MSC stanno evitando Hormuz e scegliendo il giro dell’Africa. L’effetto? Tempi di navigazione più lunghi, costi extra e surcharges, che si riflettono inevitabilmente sui carburanti e sulle forniture europee.

Impatti sull’autotrasporto italiano

L’aumento del petrolio e del gas si traduce direttamente in costi più alti per il trasporto merci:

ESEMPIO: un bilico che consuma 30.000 litri/anno spenderebbe 6.000–12.000 € in più solo per il gasolio. Per chi usa LNG o elettrico, i costi aumentano meno rapidamente, ma l’energia segue comunque il prezzo del TTF europeo.

L’Italia trema: bollette a rischio aumento fino al 37%

La chiusura dello Stretto di Hormuz genera conseguenze in Italia anche da altri punti di vista, in quanto oltre al petrolio (e quindi al gasolio), oltre al gas naturale potrebbero subire un incremento anche altre tariffe legate a forniture energetiche. Cerchiamo di capire facendo un passo indietro. Ricalcoliamo cioè quanto i volumi di petrolio e GNL

Il motivo di tanta preoccupazione risiede nei numeri impressionanti del traffico che ogni giorno attraversa questo imbuto geostrategico.

Questi dati mostrano come un’azione di blocco in un punto così specifico possa avere ripercussioni a catena su scala mondiale. Per l’Italia, il nervo scoperto è soprattutto il gas naturale. Il nostro Paese, infatti, dipende in modo massiccio da questa risorsa per la produzione di energia elettrica: nel 2024, il 44% dell’elettricità nazionale è stata generata da centrali a gas, una percentuale quasi tre volte superiore alla media dell’Unione Europea, che si ferma al 16%.

Questo squilibrio nel mix energetico ci rende estremamente vulnerabili alle fluttuazioni del mercato del gas. La chiusura di Hormuz colpisce direttamente uno dei nostri principali fornitori di Gas Naturale Liquefatto (GNL), il Qatar, le cui navi metaniere devono necessariamente attraversare lo stretto per raggiungere i mercati occidentali. Non a caso, il Qatar rappresenta il 45% delle importazioni italiane di GNL via mare.

L’impatto di questa crisi si farebbe sentire direttamente sui portafogli degli italiani e delle aziende del paese. Uno shock prolungato a Hormuz potrebbe provocare un aumento delle bollette fino al 30% per l’elettricità e al 37% per il gas. Per una famiglia tipo, ciò significherebbe una spesa aggiuntiva di oltre 250 euro all’anno. A questo si aggiungerebbe l’inevitabile rincaro dei carburanti, con il prezzo della benzina che potrebbe superare la soglia psicologica dei 2 euro al litro. La stabilità di un passaggio a migliaia di chilometri di distanza si rivela, ancora una volta, un fattore determinante per l’economia e la vita quotidiana del nostro Paese.

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