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Si impenna il prezzo del legno: a rischio la produzione dei pallet

Già a fine 2020 si registravano incrementi superiori al 20%. E le previsioni sono di un ulteriore aumento. Anche se il problema, ormai, non è soltanto di prezzo ma, come denuncia Assoimballaggi, la stessa possibilità per le aziende produttrici di approvvigionarsi della materia prima e, quindi, di soddisfare una domanda, peraltro crescente. Spinta soprattutto da alimentare e farmaceutico

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Quanto costa il legno per fare un pallet? A fine 2020, viaggiava su una quotazione superiore di oltre il 20% in più e a fine marzo, quando ci sarà il prossimo rilevamento, potrebbe andare anche oltre, con punte del 30%. Sarebbe sufficiente questo allarme lanciato dal gruppo Pallet di Assoimballaggi, parte di FederlegnoArredo, a far capire che se la materia prima aumenta il suo valore con questi ritmi, anche i prodotti realizzati utilizzandola subiscono un’impennata parallela, visto che il prezzo del legno ha un’incidenza sul pallet finale di circa il 70%, anche perché per circa il 65% si tratta di prodotti realizzati anche materiale di riciclo. Ma ormai, sostiene preoccupato Massimiliano Bedogna, consigliere incaricato gruppo produttori Pallet di Assoimballaggi, non soltanto «una crescita così repentina rende difficile ogni previsione; soprattutto, è una missione pressoché impossibile organizzare l’approvvigionamento per i prossimi mesi, senza sapere se i prezzi continueranno a crescere, magari anche in modo importante, oppure si fermeranno a quelli attuali». La conseguenza, quindi, è già sotto agli occhi di tanti: «Il rischio per le imprese produttrici di pallet è quello di non riuscire ad approvvigionarsi del materiale necessario per continuare la normale produzione e soddisfare tutte le richieste dei clienti fra i quali, è doveroso ricordarlo, rientrano anche il settore alimentare e farmaceutico che, proprio durante la pandemia, sono stati gli unici a non fermarsi mai, quali produttori di beni essenziali che ‘viaggiano’ sopra i pallet». 

Cosa c’è dietro agli aumenti

Perché accade tutto questo? Quali fattore innescano una tale infiammata dei prezzi? «La principale è la forte richiesta di materia prima da Nord America e Cina – risponde Bedogna – dove la domanda non ha subìto contrazioni o è addirittura aumentata. Nello stesso periodo l’offerta di legname è diminuita, visto che alcune aree geografiche come Svezia, Germania, Irlanda Stati Uniti e Canada hanno dovuto ridurre, se non interrompere momentaneamente, le normali attività di produzione». Peraltro, le disposizioni anti Covid-19, contenendo i trasporti, in particolare tramite container, ha causato «difficoltà negli approvvigionamenti a livello globale. In Europa, la definitiva uscita del Regno Unito dalla Ue ha ulteriormente complicato e ritardato il transito dei container e delle merci».

Peraltro si può aggiungere che fornitori tradizionali dell’Italia, quali Austria e Germania, non hanno incrementato la produzione seguendo gli ultimi sviluppi in aumento della domanda e, per di più, nel momento in cui in Europa si è diffusa la pandemia hanno guardato altrove, in particolare in Asia, per trovare nuovi mercati di sbocco.

Altra giustificazione potrebbe essere rintracciata nell’edilizia, la cui richiesta di case a basso impatto ambientale sta facendo lievitare la realizzazione di prefabbricati in legno. Si tenga presente che oggi il 7,2% delle richieste edilizie viene proprio soddisfatta da prodotti di questo tipo. Numeri impensabili fino a pochi anni fa.

Tutto cose che fanno intendere come il settore, a livello nazionale, sia dipendente dalle importazioni: per la precisione i due terzi dei pallet prodotti nella penisola è realizzato con materia prima arrivata dall’estero.

Dimensioni di un settore da 100 milioni di pezzi l’anno

Già, ma quanti sono i pallet prodotti in Italia? I dati 2019 parlano di circa 100 milioni di pezzi, realizzati da un complesso di 1.500 aziende che circa 1,7 miliardi di euro e impiegano 13mila dipendenti (dati 2019). Un settore rimasto sempre particolarmente vivace, anche nei momenti più duri della pandemia e che dall’autunno, con l’intensificarsi di una domanda di mercato in ripresa, sta marciando in maniera spedita. 

Per risolvere il problema si potrebbe guardare in parte a casa nostra, visto che esistono circa 11 milioni di ettari forestali poco sfruttati: la loro gestione, peraltro, avrebbe positive conseguenze anche rispetto alla stabilità del suolo al regolamento dell’equilibrio idrologico. Ma sarebbe comunque una prospettiva di medio-lungo periodo. Sul breve c’è soltanto un grande punto interrogativo.

Redazione
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La redazione di Uomini e Trasporti