Stesso ministro, stesso tavolo, stesse promesse. Ma quattro risposte differenti. Il confronto di Milano tra il governo e le delegazioni degli autotrasportatori del Mezzogiorno, arrivato nel pomeriggio del 20 ottobre dopo quello mattutino con le associazioni nazionali, non ha prodotto la fine generalizzata della protesta. Ha invece restituito la fotografia di un movimento frastagliato, nel quale ogni territorio sembra attribuire un peso diverso agli impegni assunti dall’esecutivo.
La Sicilia riparte. Il Comitato Trasportatori Siciliani, coordinato da Salvatore Bella, ha disposto la revoca del fermo, giudicando soddisfatta gran parte delle richieste presentate al ministero. Tra queste figurano lo sblocco di circa 104 milioni di arretrati del Sea Modal Shift, ulteriori 50 milioni per la terza annualità del programma e l’impegno a rendere disponibili i crediti d’imposta sul gasolio. Ma Bella precisa che la revoca non rappresenta una delega in bianco al governo: lo stato di agitazione rimane fino all’effettiva attuazione degli impegni.
In Campania, invece, i camion restano fermi. Vincenzo Parisi, rappresentante degli autotrasportatori del polo industriale di Carinaro, nel Casertano, ha annunciato la prosecuzione dei presìdi almeno fino al 27 ottobre, data del nuovo appuntamento ministeriale. Una decisione che interessa snodi strategici come Nola e Maddaloni-Marcianise, dai quali dipende una parte importante della distribuzione delle merci nel Mezzogiorno.
Parisi ha posto anche una questione pratica: far ripartire i semirimorchi dalla Sicilia serve a poco se, una volta arrivati sul continente, incontrano nuovi blocchi lungo la rete stradale. Un’obiezione che mostra quanto sia difficile disinnescare una mobilitazione articolata su territori differenti.
La Calabria sceglie la stessa linea della Campania. Mario Pansini, referente regionale di Fedralog, sostiene che dall’incontro non siano emersi impegni realmente nuovi, se non lo sblocco di risorse già stanziate e attese da mesi. Anche gli ulteriori 60 milioni destinati ai rincari di settembre e ottobre vengono considerati insufficienti. Da qui la decisione di proseguire il fermo fino al 27 ottobre.
La Puglia assume una posizione intermedia. Antonio Manzi, autotrasportatore di Cerignola presente a Milano, riconosce un primo risultato del confronto, ma annuncia che soltanto una parte dei blocchi verrà rimossa. La ragione della protesta, spiega, è innanzitutto la mancanza di liquidità delle imprese. Senza la disponibilità effettiva delle risorse, dunque, la mobilitazione non può dirsi conclusa.
Il problema è anche capire chi rappresenta chi
La giornata di Milano lascia così sul tavolo un’altra questione, forse meno immediata ma non meno rilevante. Al mattino il ministro Salvini ha incontrato le associazioni nazionali dell’autotrasporto, che hanno espresso un giudizio positivo sugli impegni assunti, riservandosi di verificarne l’attuazione. Nel pomeriggio ha ricevuto una rappresentanza di quelle realtà territoriali e autonome che, nelle ultime settimane, hanno organizzato materialmente il fermo.
Due interlocutori, due modalità di rappresentanza e due modi diversi di misurare i risultati. A dimostrarlo è proprio il fatto che, tra le delegazioni del pomeriggio, nemmeno le decisioni finali coincidono.
Le differenze emergono anche nelle richieste. Per il CTS siciliano il Sea Modal Shift rappresenta ovviamene uno dei nodi centrali: non a caso, prima dell’incontro, il Comitato chiedeva 70 milioni per la terza annualità, mentre nel resoconto dell’intesa ne indica 50. E sulla richiesta di ulteriori 400 milioni per coprire i mesi ancora privi di sostegno non risulta, per ora, una risposta altrettanto definita. Eppure il Comitato ha scelto di ripartire.
Per altri rappresentanti territoriali, invece, il punto decisivo resta la liquidità immediata delle imprese e la capacità delle nuove misure di compensare davvero l’aumento dei costi.
Il ministro ha indicato il 27 ottobre come momento di verifica, annunciando l’avvio dei primi pagamenti e ulteriori interventi. Ma sarà soprattutto la capacità di trasformare gli annunci in risorse effettivamente utilizzabili a determinare se il fermo potrà concludersi.
Perché Milano ha dimostrato che convincere una delegazione non significa necessariamente far ripartire un intero territorio. E che, prima ancora di trovare una soluzione condivisa, il governo deve fare i conti con una protesta che ha molte voci, molte organizzazioni e, a quanto pare, anche molte soglie differenti di soddisfazione.


