C’è anche una misura che riguarda direttamente il commercio elettronico e la logistica dei piccoli pacchi nel decreto approvato il 22 ottobre dal Consiglio dei ministri. Passa quasi inosservata tra crediti d’imposta, caro gasolio e sospensione dei leasing, ma interviene su una questione che da mesi agita il settore delle spedizioni internazionali: il contributo italiano di 2 euro sui pacchi provenienti da Paesi extra-UE di valore non superiore a 150 euro viene ulteriormente rinviato, dal 1° dicembre 2026 al 1° gennaio 2027.
La disposizione compare nello schema di decreto visionato da Uomini e Trasporti e modifica il calendario già fissato dal precedente decreto-legge 162 del 17 settembre. Il nuovo termine dovrà essere confermato nella versione pubblicata in Gazzetta Ufficiale.
Si tratta dell’ennesimo rinvio di una misura introdotta con la legge di Bilancio 2026, che avrebbe dovuto trovare applicazione già all’inizio dell’anno. La decorrenza era stata successivamente spostata al 1° luglio, poi al 1° ottobre e infine al 1° dicembre.
La difficoltà non riguarda soltanto l’applicazione tecnica del contributo. Il problema è soprattutto il rapporto tra una tassa nazionale sulle importazioni e un mercato logistico europeo nel quale le merci possono essere sdoganate in uno Stato membro e successivamente distribuite negli altri.
Il rischio di perdere traffici a vantaggio degli altri Paesi
Il contributo italiano di 2 euro è stato concepito per coprire i costi amministrativi delle operazioni doganali relative alle spedizioni di modico valore. La riscossione è affidata all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli al momento dell’importazione definitiva.
Ma una misura applicata soltanto in Italia rischia di produrre un effetto indesiderato: incentivare gli operatori a far entrare le merci nell’Unione europea attraverso aeroporti e piattaforme logistiche situati in altri Paesi, per poi raggiungere il mercato italiano attraverso la distribuzione interna.
È quanto denuncia da mesi Confetra, che ha contestato la tassa anche sul piano giudiziario. Secondo i dati diffusi dalla Confederazione, nei primi mesi del 2026 l’aeroporto di Malpensa avrebbe perso oltre il 50% del traffico e-commerce in importazione, mentre erano state cancellate 81 rotazioni di voli cargo rispetto alla programmazione. Confetra ha collegato questa situazione proprio alle scelte degli operatori internazionali di utilizzare hub situati in Paesi con condizioni doganali più favorevoli. Le merci, in altre parole, continuerebbero a raggiungere i consumatori italiani, ma una parte delle attività di sdoganamento, movimentazione e organizzazione logistica verrebbe trasferita all’estero.
È questa la contraddizione più evidente: una misura pensata per generare entrate potrebbe finire per sottrarre all’Italia attività economiche, occupazione e traffici aeroportuali.
Nel frattempo l’Europa ha già introdotto un dazio da 3 euro
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta la riforma doganale europea. Dal 1° luglio 2026 l’Unione ha eliminato l’esenzione dai dazi precedentemente prevista per le spedizioni di valore non superiore a 150 euro, introducendo un dazio forfettario temporaneo di 3 euro per tipologia di articolo contenuta nelle spedizioni interessate. Non si tratta quindi di 3 euro per ogni pacco: il calcolo dipende dalle categorie merceologiche presenti al suo interno.
A questo primo intervento si affianca la nuova tassa di gestione europea, la cosiddetta Union handling fee, prevista dalla riforma del Codice doganale dell’Unione e destinata a contribuire al finanziamento dei controlli e delle procedure amministrative sulle importazioni effettuate attraverso l’e-commerce.
Il nuovo quadro rende ancora più delicata la posizione del contributo italiano. Occorrerà infatti chiarire se, e a quali condizioni, una tassa nazionale destinata a coprire costi amministrativi doganali possa coesistere con quella europea senza duplicare gli oneri per le medesime attività.
Il rinvio al gennaio 2027 concede quindi un ulteriore margine di tempo per affrontare una questione che riguarda non soltanto il costo delle spedizioni, ma anche l’armonizzazione delle regole europee.
Un mese in più, ma il problema rimane
La scelta del Governo evita, per il momento, l’applicazione del contributo italiano di 2 euro dal prossimo dicembre. Non ne dispone però l’abrogazione. Per gli operatori della logistica il punto resta quindi aperto. Un ulteriore rinvio può ridurre nell’immediato l’incertezza e il rischio di nuove deviazioni dei traffici, ma non risolve definitivamente la questione della competitività degli scali italiani rispetto a quelli degli altri Stati membri. Anche perché, una volta spostati su piattaforme estere, i flussi logistici non tornano necessariamente al punto di partenza alla semplice modifica di una disposizione fiscale. Le imprese programmano collegamenti aerei, magazzini, servizi doganali e reti di distribuzione con orizzonti temporali ben più lunghi di qualche mese.
Il vero nodo, dunque, non è soltanto quando entreranno in vigore i 2 euro italiani, ma se avrà ancora senso applicarli in un mercato europeo che si sta dotando di un proprio sistema comune di gestione e tassazione delle importazioni e-commerce.
Il decreto concede un altro mese. La soluzione definitiva, però, resta da trovare.


