HomeProfessioneLogisticaPacchi orfani: quando la logistica non trova più il destinatario, comincia una seconda vita

Pacchi orfani: quando la logistica non trova più il destinatario, comincia una seconda vita

Un’etichetta danneggiata, un collo deteriorato, un indirizzo che non può più essere ricostruito. Così nasce un “pacco orfano”: una spedizione che la rete logistica non riesce più a riportare al mittente o al destinatario. GLS Italy e Fondazione Francesca Rava hanno deciso di trasformare questo problema in una nuova opportunità: nei primi mesi del progetto, quasi 3.900 pacchi hanno trovato una destinazione sociale, emergenziale o di riciclo

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C’è un momento, nella vita di un pacco, in cui la tecnologia si ferma. Il collo è partito, ha attraversato magari uno o più hub, è entrato nella rete distributiva e qualcuno lo ha affidato a un corriere con un obiettivo molto semplice: farlo arrivare a destinazione. Poi qualcosa si rompe. Non necessariamente il contenuto. Può rompersi la possibilità di identificarlo. L’etichetta si stacca o diventa illeggibile, il collo si deteriora, le informazioni necessarie a ricostruire il percorso non sono più disponibili. Il sistema prova a recuperare la spedizione attraverso le informazioni presenti nella rete, i sistemi di riconoscimento e le immagini raccolte durante il viaggio. Ma se anche questi tentativi falliscono, rimane un pacco che non può più essere ricondotto con certezza né a chi lo ha spedito né a chi dovrebbe riceverlo.

È quello che nel mondo della logistica viene definito, con un’espressione efficace, “pacco orfano”. E la domanda successiva è inevitabile: che fine fa?

Prima si cerca il proprietario

La risposta non è semplicemente “va al macero” e questo è forse l’aspetto più interessante dell’iniziativa presentata da GLS Italy e Fondazione Francesca Rava al Meeting di Rimini.

Prima di diventare un pacco orfano, infatti, la spedizione viene sottoposta a un vero e proprio tentativo di identificazione. GLS utilizza i sistemi di riconoscimento e di videoanalisi integrati nella propria rete nazionale e internazionale per cercare di ricostruire il percorso del collo e completare la consegna. Soltanto quando questi tentativi non permettono di risalire al mittente o al destinatario, e dopo la conclusione delle procedure previste, la spedizione non reclamata può entrare nel progetto sviluppato con la Fondazione Francesca Rava.

È a quel punto che la logistica cambia obiettivo: non più “dove deve andare?”, ma “dove può essere utile?”.

Quasi 3.900 pacchi, tre destinazioni

I numeri della prima sperimentazione danno già una misura concreta dell’iniziativa. Nei primi mesi GLS Italy ha affidato alla Fondazione Francesca Rava 3.873 pacchi. Di questi, 2.682 sono stati redistribuiti attraverso i Temporary Solidali170 sono stati destinati a interventi emergenziali, mentre 1.021 sono stati avviati al riciclo. Tradotto in percentuali, significa che circa il 69% dei pacchi è stato recuperato per un nuovo utilizzo, poco meno del 5% è stato destinato a emergenze e circa il 26% è entrato in un percorso di recupero dei materiali. Non sono, attenzione, i pacchi orfani prodotti complessivamente dalla rete GLS: sono quelli intercettati e recuperati all’interno della fase iniziale del progetto. Una distinzione importante perché il dato racconta la dimensione della sperimentazione, non la quantità totale di spedizioni che ogni anno diventano irrecuperabili.

Dal magazzino alla comunità

Il passaggio successivo è affidato alla Fondazione Francesca Rava, che valuta il contenuto delle spedizioni e decide la destinazione sulla base delle necessità espresse dalla propria rete. Una rete ampia: oltre 1.000 enti distribuiti sul territorio italiano, tra case famiglia, comunità per minori e centri di accoglienza straordinaria.

Il principio è relativamente semplice: non redistribuire indistintamente ciò che arriva, ma cercare di capire dove quel determinato bene possa servire davvero. I prodotti possono quindi essere destinati agli enti assistiti, a interventi emergenziali in Italia e all’estero oppure ai Temporary Solidali della Fondazione. Quando il riutilizzo non è possibile, i materiali vengono invece affidati a operatori specializzati nel recupero e nel riciclo.

È una seconda catena logistica costruita sopra la prima. La prima aveva come obiettivo consegnare un bene a una persona precisa. La seconda cerca invece di fare in modo che quel bene, perso il suo destinatario originario, non perda anche il proprio valore.

Dalla consegna alla circolarità

È qui che il progetto assume un interesse che va oltre la solidarietà. Un pacco fermo in un magazzino è infatti anche uno spazio occupato, un costo di gestione, un bene che rischia di diventare rifiuto. Per un operatore logistico rappresenta una delle tante anomalie che devono essere gestite all’interno di una rete costruita per far scorrere rapidamente milioni di colli.

Trasformare quell’anomalia in una nuova destinazione significa quindi provare a chiudere il cerchio. «La collaborazione nasce dall’incontro tra due competenze diverse: quella di GLS Italy, che gestisce ogni giorno una delle principali reti logistiche del Paese, e quella di Fondazione Francesca Rava, che da anni opera accanto alle persone e alle comunità più fragili», spiega Guido Bertolone, CEO di GLS Italy.

Guido Bertolone, CEO di GLS Italy

L’idea è quella di non fermarsi alla gestione della criticità, ma di costruire un percorso capace di restituire valore ai beni. Un principio che Fondazione Rava sintetizza nell’obiettivo dello “spreco zero”. Anche perché, osserva la presidente Mariavittoria Rava, mentre sullo spreco alimentare esiste ormai una crescente attenzione normativa e sociale, per i beni contenuti nelle spedizioni non esiste ancora un quadro analogo.

Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione Rava

Anche la logistica diventa volontariato

Il progetto non si limita alla movimentazione dei pacchi. Una parte dell’ecosistema coinvolge infatti il volontariato aziendale: i dipendenti di diverse imprese partecipano alle attività di recupero e inventario dei prodotti.

È un passaggio interessante perché aggiunge una componente umana a una filiera che nasce invece da un problema tipicamente logistico: identificare, classificare, movimentare e destinare correttamente qualcosa che ha perso il proprio percorso originario. E le destinazioni possono essere molto diverse: case famiglia, comunità mamma-bambino, strutture per minori non accompagnati, empori solidali e presidi sanitari. Ma anche interventi fuori dall’Italia, come quelli in Ucraina e presso l’ospedale pediatrico NPH St. Damien ad Haiti.

Quanti saranno domani?

È probabilmente la domanda che resta aperta. I 3.873 pacchi recuperati nella prima fase dimostrano che il fenomeno ha una dimensione sufficiente per giustificare una filiera dedicata. Ma per capire davvero quanto possa incidere il modello occorreranno dati più strutturati: quanti sono complessivamente i pacchi che non possono essere riconsegnati? Quali beni contengono? Quanto tempo rimangono nei magazzini? Quanto costa gestirli? E soprattutto, quanti possono essere effettivamente recuperati?

GLS e Fondazione Rava intendono proprio sviluppare nella fase successiva indicatori più puntuali sulla quantità e tipologia dei beni recuperati, sulle destinazioni, sulle persone raggiunte e sui materiali avviati al riciclo.

La scommessa, in fondo, è semplice: se la logistica moderna è diventata sempre più brava a sapere dove si trova un pacco, perché non dovrebbe diventare altrettanto brava a decidere dove può essere utile quando ha perso il suo destinatario?

Il pacco orfano nasce da un fallimento della catena logistica. La sua seconda vita può diventare, invece, un esempio di come quella stessa catena possa essere utilizzata per ridurre gli sprechi e creare valore sociale. E forse è proprio questa la parte più interessante della storia: non tutto ciò che perde la propria destinazione deve necessariamente perdere anche il proprio valore.

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