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La cura ricostituente per il post-Covid

Caduta pesante dei traffici, sbilanciamento dei flussi, incremento dei costi dovuto anche alla sicurezza, cali di fatturato. Sono tante, secondo la fotografia scattata dall’Osservatorio Contract Logistics, le difficoltà sofferte dall’autotrasporto nel primo semestre 2020. In compenso è riuscito a reagire con prontezza e a sfruttare collaborazioni di filiera un tempo impensabili. Ora però serve un salto. E la spinta decisiva si chiama «digitalizzazione»

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Tra un lockdown e l’altro, l’autotrasporto cerca nuovi punti di equilibrio. Si potrebbe sintetizzare così il percorso del settore in questi primi sei mesi del 2020, analizzato dall’Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano, ma anche da Connecting Dots, documento con rilevazioni fresche sull’andamento della mobilità edito da RAM in collaborazione con il ministero dei Trasporti. A guardare i dati sembrano passati anni-luce rispetto all’ultima edizione dei «100 numeri per capire l’autotrasporto», presentata da Uomini e Trasporti soltanto lo scorso gennaio, nella quale con entusiasmo avevamo intravisto segnali positivi in termini di crescita di volumi e di consolidamento del settore. La pandemia, infatti, ha messo a dura prova la logistica, che ha risposto con generosità e forza, ma evidenziando luci e ombre. In questo panorama l’autotrasporto sembra essere un settore sofferente.

Il termometro dell’autotrasporto

Iniziamo dal traffico: il trasporto merci sulle autostrade è diminuito di quasi il 21% nei primi sei mesi dell’anno, perdita superata solo dal cargo aereo, calato del 27,4% nelle stime di RAM. Sulle strade extraurbane e urbane, invece, le merci sono diminuite solo del 16,8% grazie al boom all’e-commerce e dell’instant delivery, esplosi durante l’emergenza sanitaria (si veda articolo a p. 22). Ha tenuto il traffico container che ha registrato un –9,8%, mentre l’intermodalità ferroviaria è riconosciuta da molti operatori più sicura rispetto al rischio sanitario, drenando volumi alla strada e limitando così le perdite (-12,3%).
Secondo l’Osservatorio è stato aprile il mese più duro con il 25% di traffico merci in meno, almeno per i big player, fatta eccezione per e-commerce, food e healtcare, ma da giugno – e qui arriva una notizia confortante – i volumi sono tornati a crescere con un rimbalzo fino al 6% in tutti i settori, ristorazione compresa. Segno che l’economia, una volta libera dal virus, è pronta a ripartire. Anche sul fronte del fatturato s’intravedono spiragli: è vero che la proiezione per il 2020 del Politecnico è un –9,3%, che vuol dire più di 8 miliardi in meno (77,8 miliardi nel 2020 contro gli 86 del 2019), ma il dato va confrontato con un Pil che perderà, stando alle stime attuali, il 12%. Cosa che induce a pensare che il trend positivo per il settore non sia evaporato, seppure rischia di frenare di nuovo con la seconda onda autunnale.


Oltre alla perdita di fatturato, l’autotrasporto deve fare i conti con fenomeni complessi quali lo sbilanciamento dei flussi, dovuto a chiusure di intere zone di approvvigionamento o alla domanda disomogenea, all’incremento dei costi dei fattori produttivi, tra cui la sicurezza, che ha reso difficile l’equilibrio costo-servizio in un settore in cui le tariffe sono già ridotte all’osso. Secondo l’Osservatorio, durante la pandemia si è assistito a un incremento dei costi dei magazzini (+3-4%), della manodopera e a un incremento delle spese per la sicurezza del personale: circa 500 euro a dipendente al mese per un pacchetto completo, compresa la sanificazione dei veicoli. «All’inizio della pandemia – spiega Damiano Frosi, direttore dell’Osservatorio Contract Logistics – l’autotrasporto ha dovuto sostenere costi altissimi, in particolare sulle tratte internazionali. Il sistema è stato sotto stress, ma poi ha cominciato a presentare i conti e devo dire che la committenza in qualche caso ha riconosciuto lo sforzo anche con il ritocco delle tariffe».

La lezione della pandemia

Il clima di emergenza nazionale ha infatti rafforzato il trend già in della collaborazione di filiera, orizzontale e verticale, con numerosi casi in cui i diversi operatori, a volte anche concorrenti, hanno condiviso informazioni e costi secondo logiche non stabilite dai contratti.
Gli altri punti di forza che, secondo il Politecnico, hanno permesso alla logistica di dare risposta immediata all’emergenza, sono stati la capacità di prendere decisioni rapide, la terziarizzazione dei servizi (che dal 2009 al 2018 è passata dal 36,4% al 42,4%) e la grande flessibilità di fornitori, spesso in grado di garantire modifiche istantanee all’operatività per continuare a fornire servizi.

L’agenda 2021

L’emergenza ha anche evidenziato gli ambiti su cui lavorare nel futuro. La distribuzione urbana diventa un segmento trainante a seguito dell’incremento a due cifre di prodotti acquistati online. L’intermodalità ferroviaria, che ha permesso di fronteggiare diverse criticità, in particolare su tratte internazionali, va rafforzata. E poi bisogna fare il salto verso la digitalizzazione e stabilire più rapporti con gli enti centrali. «Abbiamo rilevato – continua Frosi – un clima di incertezza nel settore dovuto a una normativa non sempre chiara e a uno scarso dialogo con le istituzioni. È sicuramente uno dei punti su cui lavorare in futuro insieme a una maggiore digitalizzazione del settore: ci sono aziende che ancora girano con documenti cartacei».

Ma questa digitalizzazione dei processi è anche la risposta a un bisogno impellente di avere sotto controllo flussi e operatività. «Con il nuovo lockdown alle porte – ha detto Matteo Codognotto, direttore innovazione e marketing del Gruppo intervenendo al convegno di presentazione del rapporto del Politecnico – continuiamo a navigare a vista, ma siamo più preparati» anche grazie al fatto di aver «lavorato sulla digitalizzazione».
Altro elemento da non sottovalutare è la sostenibilità ambientale. «Si tratta di un vero e proprio requisito – dice Frosi – che abbiamo ritrovato in molti tender. Non dovrà essere abbandonato».


Oltre alla sicurezza, entrata tra le priorità delle aziende in quanto condizione determinante per la salvaguardia delle persone, altro punto decisivo è la riduzione della complessità della gestione di flussi tramite la semplificazione dello schema di relazioni presente in molte aziende. In altre parole, le aziende produttrici cercano spesso partner capaci di fornire servizi logistici a tutto campo. Il mercato chiederà operatori capaci di seguire i diversi step del processo produttivo e distributivo, così da garantire un tasso di resilienza maggiore in caso di nuove crisi. È un trend presente nel settore da qualche anno e testimoniato dalla vivacità di tante acquisizioni condotte da operatori logistici interessati a mettere le mani su flotte di mezzi pesanti o, viceversa, per ampliare la gamma di servizi proposti.

LA NECESSITÀ DEL SALTO VERSO LA DIGITALIZZAZIONE
L’emergenza ha indicato in modo chiaro su cosa l’autotrasporto deve lavorare per poter crescere in futuro. E una delle leve decisive è sicuramente l’utilizzo sempre più intenso di strumenti digitali. Oggi ci sono aziende che ancora girano con documenti cartacei e domani sono tra le prime a rischiare di restare fuori dal mercato.

La pandemia ha avuto un impatto anche su questo: delle 92 operazioni concluse fra il 2015 e il 2020, che hanno coinvolto fornitori di logistica internazionale (nel 34% dei casi) e nazionale (66%), solo 9 hanno avuto luogo nei primi sei mesi del 2020, contro le 16 del 2019, ed è calato notevolmente il fatturato delle aziende acquisite, pari a 100 milioni di euro contro i 500 milioni dell’anno precedente. Da giugno però – stando alle rilevazioni dell’Osservatorio – alcune operazioni sono ripartite. È un segnale da leggere in modo incoraggiante, anche soltanto per riprendere fiducia e guardare avanti in modo positivo.

Le 501 start up logistiche censite dal PoliMi
L’INNOVAZIONE IN CATENA

Consegna dell’ultimo miglio in nuovi settori come l’healtcare (assistenza sanitaria), con soluzione green o con droni, ottimizzazione dei flussi, condivisione dei veicoli e del suolo pubblico come spazio di stoccaggio, gestione e movimentazione di container vuoti o identificazione di aree di sosta per mezzi pesanti. Sono questi alcuni dei contesti in cui si muove l’innovazione nella logistica. Le start up censite nel mondo dall’Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano nel 2019 sono arrivate a 501, il 57% in più rispetto al 2018 per un finanziamento complessivo pari a 9,56 miliardi di dollari, quasi il doppio dell’anno precedente (+92%).
Il 65% di queste offre soluzioni per la distribuzione nell’ultimo miglio, proponendo la consegna a domicilio in nuovi settori come il farmaceutico e sperimentando servizi di ritiro e consegna a basso impatto ambientale attraverso mini-cassoni e bici elettriche, l’impiego di droni per il trasporto o di soluzioni automatizzate con la creazione di micro-centro logistici. Tra le italiane, citiamo il caso di Gel Proximity, spin-off dello stesso Politecnico e autrice di una piattaforma con cui è possibile accedere a tutte le principali reti di prossimità (che contano oggi circa 45.000 point attivi), tramite un’unica integrazione tecnologica. Altro caso interessante è Pharmap per l’home delivery dei farmaci o il bike corriere Milano con consegne urbane rapide e green. Esperimenti per l’ultimo miglio con il drone per le americane Volansi e Dash Systems.
Un altro 29% delle start-up sta sviluppando soluzioni basate sulla digitalizzazione e l’integrazione delle informazioni fra i diversi attori coinvolti, sul modello Physical Internet, basato su flussi modulari e decentralizzazione delle decisioni e sulla condivisione di mezzi di trasporto, spazi di stoccaggio e suolo pubblico. Tra queste, è da citare l’esperienza tedesca di Urban Cargo che sta testando container da 20 piedi come “micro hub” mobili e refrigerati, localizzati in un parcheggio di Berlino, per approvvigionare minivan elettrici e biciclette impegnati nelle consegne dell’ultimissimo miglio.

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