C’è un filo sottile che lega la possibile sanzione miliardaria ad Amazon per abuso di posizione dominante, l’ordine geopolitico in rapido stravolgimento e le vicende quotidiane di autotrasporto e logistica. È un filo che parla di potere, di scala, di cultura. Partiamo dalla concentrazione societaria, spesso anticamera di abusi.
Hannah Arendt osservava che il problema, più che la concentrazione del potere in sé, risiede nell’assenza di limiti capaci di contenerlo. Detto altrimenti: non sono i numeri e le dimensioni a determinare gli equilibri, ma visioni del mondo alternative. E nella logistica spesso mancano. Quando Massimo Marciani richiama la «regola dell’acqua» – Amazon, come ogni liquido, occupa lo spazio che trova – descrive proprio una dinamica tipica dei mercati poco regolati: ciò che è più efficiente, veloce, capitalizzato tende a saturare ogni interstizio disponibile. Non per vocazione predatoria, ma per natura.
Siamo cioè di fronte a un potere che, avrebbe detto Max Weber, diventa legittimo non perché giusto, ma perché funziona. L’efficienza si trasforma così in autorità implicita: ciò che produce risultati appare inevitabile e difficilmente contestabile. Alessandro Peron coglie però un punto decisivo: il dominio di Amazon non è solo logistico. È tecnologico, informativo, contrattuale, fiscale, culturale. Ma soprattutto si è sviluppato più rapidamente delle norme chiamate a governarlo. La questione non è se vi sia abuso, ma se l’efficienza, lasciata a se stessa, possa garantire concorrenza e giustizia. La stessa logica può applicarsi anche a una scala superiore.
Nelle relazioni tra Stati, l’efficienza autoritaria tende a prevalere di per sé su procedure democratiche lente e faticose. Qualcuno poi – che fino a ieri era emblema di libertà – accentua tale prevalenza usando la forza come strumento arbitrario di rivendicazione. Siamo davanti a una sorta di «abuso di posizione dominante» difficile da frenare, perché se ci si appella ai valori si diventa inefficaci, se si utilizza la stessa moneta – imporre dazi a chi li impone a sua volta – ci si espone a una contraddizione. Servirebbe un’Europa solida, capace di dimostrare che un altro modello è possibile. Ma lo si dice inutilmente da decenni e nel frattempo, mentre l’Unione fatica a rendersi credibile all’esterno, al suo interno coltiva pulsioni autoritarie, non soltanto in politica, ma anche nella società, dove il bisogno di affermarsi assume talvolta forme violente e primitive. È il segnale di un vuoto: quando le regole non producono giustizia percepita, la forza diventa scorciatoia.
Karl Polanyi lo aveva intuito già negli anni 50 del Novecento: affidare al solo mercato l’organizzazione della società significa esporla a tensioni distruttive, perché ciò che non è regolato sul piano politico tende a esplodere su quello sociale. Autotrasporto e logistica sono un laboratorio evidente di tale intuizione. Perché anche qui la ricchezza si è concentrata comprimendo i costi a scapito altrui: catene di appalti sempre più lunghe, bacini di manodopera trattati come serbatoi, professioni svuotate di senso. Il risultato si tocca con mano rispetto al mestiere di autista, reso insostenibile quando sarebbe invece opportuno concedere riconoscimenti compensativi a chi sopporta il disagio sulla strada. Non è ideologia.
Le sentenze del Tribunale di Milano hanno descritto questo modello con precisione chirurgica, mostrando un’organizzazione del lavoro basata sul trasferimento sistematico di rischio verso il basso: appalti e subappalti come leve economiche, cooperative e società interposte come ingranaggi sostituibili, frammentazione formale che rende opaca la responsabilità pur mantenendo rigidissimo il controllo operativo. In quelle decisioni emerge come l’efficienza sia stata ottenuta ottimizzando lo squilibrio: prezzi compressi, lavoro svalutato, pressioni scaricate sugli ultimi anelli della filiera. Se oggi facciamo i conti con carenza di autisti e con tensioni sociali crescenti è anche perché chi doveva correre – magari proprio per assecondare l’efficienza imposta dall’e-commerce – ha adottato un modello operativo che ha chiesto sempre di più a chi guida i mezzi e sempre meno a chi governa le filiere. E senza equità, senza regole capaci di incidere sulla distribuzione del valore, l’efficienza diventa un acceleratore di disuguaglianze. E senza una cultura che riconosca dignità al lavoro e limiti al potere, nessuna multa, nessuna sentenza, nessuna piattaforma potrà rimettere in equilibrio il sistema.


